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Borghesio Bili Nali

Pietro Borghesio, Diego Maria Bili e Mauro Nali

Sono Mauro Nali, di Biella, e Diego Bili

A farli incontrare, il presidente dell'associazione dei Paracadutisti del Canavese, Pietro Borghesio

Luigi Benedetto 

Due febbraio 1984. A Beirut sono da poco passate le nove e mezza di sera quando nella parte di città dove è posizionato il contingente di pace suona l’allarme. Un giovane caporale maggiore raduna in fretta e furia la sua squadra, e mentre tutto attorno piovono proiettili provenienti dalla parte alta della città, conduce i suoi otto uomini al sicuro. Poi si ferma, e per essere certo che ci siano tutti li fa passare e li conta: uno, due, tre, quattro… al quarto si ferma. Sente un botto, una sassata, e cade a terra. I quattro uomini che ancora non sono al sicuro lo prendono a braccia, e tornano indietro, nella tenda. Non sanno che fare. 

In quel momento passa davanti a quella tenda un tenente, assieme ai suoi uomini. Capisce che qualcosa non va: vede quel caporale maggiore steso, incapace di parlare e di muoversi. Capisce dagli occhi di quell’uomo che non ne ha per molto. Senza perdere tempo prende in mano la situazione: sollevano il ferito e, sempre in mezzo agli spari, viene portato all’ospedale da campo. Ma qui non possono fare molto. L’unica speranza è quella di raggiungere l’ospedale attrezzato, dove operano medici americani e libanesi. Lo caricano su un’ambulanza e partono. Il percorso non è breve, e neppure sicuro, ma partono.

E durante quel viaggio che sembra interminabile, cercano di tenerlo sveglio: parlandogli, provando a scherzare. Il tenente gli tiene la testa rialzata per tutto il tempo. Sanno che se si dovesse addormentare, difficilmente si risveglierebbe. Comunque arrivano. Lo caricano sulla prima barella che trovano, e cercano in tutta fretta un medico. Talmente in fretta che ad un certo punto il caporale maggiore cade da quella barella. Ma non è tempo di andare troppo per il sottile. Finalmente il ferito viene lasciato ai medici: la diagnosi non è di quelle troppo leggere. Un colpo di Kalashnilov, calibro 22, l’ha colpito nella parte alta della testa ed è uscito poco sopra l’occhio. Insomma, le speranze sono poche. Una suora cerca di tenerlo sveglio, provando a farlo parlare: lui riesce a dire solo due nomi, quello di Paola (la sua ragazza), e quello di Cristina (un suo commilitone e compaesano). Anche il generale Franco Angioni, comandante delle Forze di Pace, raggiunge l’ospedale per avere notizie del ferito. E, venuto a conoscenza di una tal Cristina tra i parà (erano altri tempi, le donne erano escluse dalla carriera militare), cercherà di fare luce, scoprendo che esiste sì un parà che si chiama Cristina. Ma di cognome. 

Comunque, le strade dei due militari si separano. Il caporale viene operato, e poi affronta una lunga convalescenza, il tenente finita la sua missione si congeda. Come detto, erano altri tempi: internet non esisteva, i cellulari erano fantascienza, di Facebook non era nato neppure il fondatore. E i due perdono le tracce l’uno dell’altro.

Questo fino a qualche giorno fa. Il caporal maggiore, poi congedato come sergente, iscritto all’associazione dei Paracadutisti del Canavese, racconta la sua storia al presidente del sodalizio, Pietro Borghesio. Che ci pensa un po’, e si ricorda di aver sentito una storia molto simile a quella, anche se raccontata da un punto di vista diverso. Prende il telefono, compone un numero e dopo tanti anni quel caporale, sopravvissuto contro ogni aspettativa, e quel tenente, che con la sua determinazione e i suoi atti gli ha salvato la vita, si parlano di nuovo. E sabato scorso, l’ex sergente Mauro Nali, di Biella, l’ex tenente Diego Maria Bili di Lombardore, e il presidente Borghesio, si sono ritrovati attorno ad un tavolo, per ripercorrere quegli anni e, ovviamente, i successivi. 

«La nostra storia non è una storia di guerra - spiegano - È una storia di persone. Di ragazzi che hanno fatto una scelta di vita. Dove non ci sono eroi, dove ognuno ha fatto semplicemente la sua parte, in quella che era la prima missione dell’esercito italiano del dopoguerra. Una missione di pace che è stata davvero di pace». Un periodo troppo lontano per essere cronaca ma troppo vicino per essere storia: «E di cui, specialmente i giovani, sanno poco o nulla - concludono - Per questo ci piacerebbe raccogliere storie come questa, che chi ha fatto una determinata scelta ha vissuto. Storie di persone normali che si sono svolte ai margini dei grandi eventi, come appunto la missione di pace in Libano. Farle conoscere, tramandarle. Perché sono testimonianze importanti di un periodo del nostro Paese». 

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