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  Primo giorno di scuola tra classici problemi organizzativi

Sull'inizio del nuovo anno scolastico pesa anche il disinnamoramento culturale

Chiara Mingrone

È suonata ieri, lunedì 9 settembre,  la prima campanella in tutto il Piemonte, dove quasi 270 mila studenti, sono tornati a calcare i corridoi dei loro istituti con nuove e vecchie problematiche. Da una parte sembra rassicurante il fatto che ci saranno 157 docenti in più a ricoprire le cattedre vacanti anche se, non essendo diventato legge il decreto del Ministero del 31 luglio scorso non ne è stata possibile l’assunzione definitiva, dall’altra si registrano gli ormai noti cali di organico negli uffici che causano, immancabilmente, ritardi nello smaltimento delle pratiche burocratiche - che dovrebbe essere risolta con nuovi concorsi.

Degno di nota  è il ,calo di quasi 1200 studenti sopratutto nelle scuole d’infanzia e primarie che, però, registrano un aumento degli alunni stranieri addirittura nella scuola Primaria Salvo d’Acquisto di Mirafiori sono presenti due classi in cui nessuno studente è autoctono.

Tolte però le cifre e statiche di affluenza bisogna riconoscere che i dati generali della scuola italiana non sono rassicuranti. Infatti gli studenti “del paese in cui fioriscono i limoni” (come diceva Goethe) risultano carenti nell’ambito letterario, scientifico e matematico per non parlate di quello delle conoscenze linguistiche che collocano l’italia tra “gli asinelli” d’Europa nella conoscenza della lingua inglese seguiti, come riportato dal Sole 24 Ore, dalla Francia (infatti solo il 55,7 % della popolazione scolastica ha un livello adeguato di conoscenze a fronte del 70,72% della Finlandia o il 63,13% dell’Austria). Questo è solo un dato ma la situazione si può definire, senza eufemismi, drammatica e addirittura Save the Children se ne è occupata.

Come ad ogni inizio dell’anno scolastico alle lamentale delle famiglie degli scolari sono subito arrivate le promesse e, per esempio, il neo ministro all’istruzione e alla ricerca Fioramonti ha promesso maggiori fondi per l’edilizia scolastica e per migliorare la qualità formativa in contro tendenza, almeno all’apparenza, ai governi precedenti che hanno ridotto sempre di più i fondi all’istruzione, a cui è destinato solo il 3,5% del PIL a fronte della media europea del 4,7 (dati Openpolis). Sicuramente queste sono parole di conforto ma oltre all’immissione di denaro è necessario risolvere l’ormai incancrenito pregiudizio che vede la povertà economico come sinonimo di povertà culturale come, purtroppo evidenziano i dati raccolti dall’Espresso che sottolineano come l’istruzione sia ancora una questione di classe. Ancora oggi, l’avere genitori laureati o con un lavoro precario influisce, infatti solo il 6% dei ragazzi con genitori senza laurea ottiene a sua volta il titolo. Tutta questa trascuratezza causa, inevitabilmente, oltre ai già citati problemi amministrativi anche un disinnamoramento da parte degli alunni di quello che è, a tutti gli effetti, il loro lavoro portandoli ad allontanarsi il prima possibile da quei banchi e da quei libri, portando all’abbandono: nell’anno scolastico 2018/2019, 800 mila studenti nella fascia di età tra i 13 e i 17 anni su una popolazione studentesca di 3 milioni di individui (dati Openpolis).

Sperando in un aumento di fondi, sia per quel che riguarda i contenuti che gli ambienti, nel mentre bisogna destreggiarsi in questo mare di disorganizzazione dove alunni, insegnanti e genitori cercano di barcamenarsi. Forse un singolo cittadino non può imbiancare una scuola, non può acquistare nuovi testi o pagare un insegnante per incrementare il monte ore però, la società civile tutta, a tutti i livelli e con qualsiasi mezzo a propria disposizione, può spingere i più giovani ad amare la scuola, amare cultura. Socrate è riuscito a diffondere sapienza alla fine del VI secolo a.c in una città governata da Trenta Tiranni; sicuramente la società civile attuale può fare lo stesso.


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