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 La quarantena è come una camicia stretta

Dopo la crisi emergenziale, nulla potrà e dovrà essere più come prima

Architetta Francesca La Malva

Proviamo ad immaginare di indossare una camicia troppo stretta e a muovere le braccia. Sarà molto scomoda e probabilmente fastidiosa sul busto, sulle spalle o all’altezza dei gomiti.  Si avrà paura di muoversi per non strapparla.

Un vestito stretto e attillato, cucito in maniera proverbiale, basandosi sulle misure esatte del corpo che  a sedersi e anche solo a muoversi in questo nuova visione dell’esistenza sembra quasi impossibile. Questa è la sensazione che si prova durante la quarantena dentro le nostre case.

L’abitare contemporaneo è inevitabilmente in discussione in questo momento in cui lo spazio della comunità, lo spazio pubblico - sia quello storico strutturato che quello raffazzonato è diventato tale per abitudine - si è svuotato, mentre quello privato delle abitazioni è portato a raccogliere tensioni e modi per cui non ha conformazione e capacità intrinseche di adattamento.

La società capitalista e post-capitalista hanno strutturato sapientemente modelli di replica di spazi finiti, misurabili e ovunque pressoché similari, così da agevolare il cambio di habitus e di abitudini del viaggiatore/turista o dell’uomo di affari che in poco si sente “come a casa” in qualsiasi parte del mondo, senza la necessità di dover conoscere e interagire con culture differenti dalla propria. Unica discriminante è il come, l’uso di materiali più o meno ricercati o tecnologie più o meno avanzate. La natura particolare di uno qualunque di tali configurazioni dello spazio privato non ha importanza. Ciò che conta è la totalità di tali configurazioni innumerevoli che si sommano in un macrocosmo globale in cui la sua unicità strutturale non conta.

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Le abitazioni, plasmate attraverso anni di applicazione di regolamenti d’igiene prima e di visione di una sostenibilità ambientale presunta poi, oggi sono rappresentative di un modello che non è in grado di accogliere le tensioni di un vivere proiettato verso “qualcosa d’altro”, virtuale naturale o culturale. Non si può delegare alla connettività virtuale, luogo altro indefinito, lo spazio della relazione e dell’interazione, senza porsi il problema che i contenitori in cui fisicamente ci si muove e si sviluppa l’esistenza si possano solo semplicemente adattare. E’ un vestito, un habitus, che non appartiene più all’uomo contemporaneo quello che è stato posto in crisi da questa forma di costrizione all’interno dei propri spazi. Abitare è un sapiente equilibrio tra uomo natura e cultura, dove ormai natura e cultura sono solo metà per contemplazione e relax, fuori dalla struttura profonda dell’habitus in cui si vive o lavora, mentre l’uomo è attore senza scena.

Così come lo spazio della vita, efficiente misurabile ordinato etc,  è stato spinto fino al massimo del distaccamento dalla cultura e dall’uomo, così quello della cura del corpo e infine quello della morte. I luoghi della cura, gli ospedali, sono divenuti spazi senza spazio e tempo, tecnologicamente avanzati, come se fossero le tecnologie sole a risolvere le criticità senza la mente/mano sapiente dell’uomo, come se lo spazio asettico curasse come assunto, dimenticando che i corpi si curano di vita, di cultura e soprattutto di aria luce suoni odori tempo e colori. Lo spazio della morte, identificato da decenni come l’ospedale e non più lo spazio domestico come nel passato, in questo momento ha travolto il senso di comunità, spezzando come durante le guerre, il momento della dipartita con il riconoscimento e la commemorazione comune.

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Architetti, urbanisti, politici, sociologi, antropologi e quanti partecipano alla costruzione di spazi edifici e città, devono avere oggi la lungimiranza di cogliere quanto questa crisi ha messo in risalto, non perché nulla sarà più come prima, ma perché nulla dovrà essere più come prima, non potendo credere che ipotesi globali possano vestire tutti gli uomini in qualsiasi spazio e contesto. Mentre aziende convertono la loro produzione al servizio della comunità, vengono gestiti e creati con velocità e prontezza spazi d’emergenza riciclando luoghi spesso dismessi. In tutto questo muoversi mirato a un’esigenza anche chi lavora con “punti linee superfici” dovrebbe trovare luogo e farsi spazio per mettersi a disposizione. Iniziamo a lavorarci, il domani è già oggi.

“Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.” Tratto dal libro “Media e Potere” di Noam Chomsky

Foto: Ansa.it

 

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