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 Ma non è stato per nulla facile

Ora lancia un appello a tutti "restate a casa e proteggete la vostra vita e quella dei vostri cari"

Cristina Battistella

Chi a Caselle non conosce Federico Ruffoni? In città lo conoscono tutti come "il mago". Almeno qualche volta sarà capitato di incontrarlo nel negozio - Prisma, proprio vicino all'uffcio postale - della moglie  Laura. 

Federico è uno dei tanti piemontesi che ha contratto il covid 19. Ha 50 anni  e da oltre 30 vive nel mondo dello spettacolo, ha una famiglia alla quale è molto legato e due figli meravigliosi, Lisa e Luca. Ricoverato il 13 marzo è tornato a casa il 2 aprile dopo una lunga e faticosa battaglia contro il virus.

"Ho lottato come un leone per cercare di tornare indietro e tener testa a questo killer silenzioso - racconta - che la sera del 13 marzo  ha deciso di procurarmi una febbre oltre ai 40 gradi e un’insufficienza respiratoria. L’ambulanza mi ha portato all’ospedale di Cirié (inizialmente non sapevo manco quale fosse). La febbre continuava a salire, ero quasi in stato shock. Ricordo che mi hanno messo letteralmente all’interno di un “frigorifero” per farmi abbassare la temperatura".

Un'esperienza drammatica che Federico non potrà mai più dimenticare: in ospedale, senza il conforto dei suoi cari e con quella maledetta febbre che non voleva andarsene.

"È stata un’esperienza strana, ed era solo l’inizio - prosegue - Il giorno successivo, mi sono svegliato in stato confusionale e con la febbre sempre molto alta (sopra i 39 gradi) quando mi hanno comunicato di avermi fatto un tampone, al quale ero risultato positivo al Covid-19. I medici avevano  il sospetto che avessi contratto il virus nella sua forma più violenta. Era necessario iniziare immediatamente una cura di retro virali che si usano per combattere l’HIV, sono sperimentali, pertanto mi è stato richiesto il consenso e se non avessi firmato avrei dovuto aspettare il decorso della malattia, con probabile peggioramento. Mi sono fidato e lì è incominciata la terapia nel reparto di Covid-19".

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Intanto arriviamo a fine marzo con un febbre maledetta che non voleva proprio sapere di scendere.

"Poi tutto è precipitato in poche ore - racconta ancora - i retro virali non avevano fatto effetto. Ricordo solo il momento drammatico in cui ho dovuto comunicare alla mia famiglia in videochiamata, che mi avrebbero intubato. Leggevo il terrore negli occhi dei miei figli, e nonostante gli avessi promesso che avrei fatto di tutto per tornare, dissi anche di prepararsi perchè quella avrebbe  potuto essere l’ultima volta che potevamo sentirci e vederci".

A quel punto Federico viene trasferito in Rianimazione:

"dove non pensavo di vedere dei macchinari all’avanguardia di quel tipo, ricordavano molto Star Trek. Lì ho conosciuto l’equipe della rianimazione: Massimiliano Coha, Paola Ferro, Manuela Volpiano, Barbara Pozzo, Massimo Audisio, Pietro Giuliano, Mauro Boer e l’infermiere Andrea Carelli (colui con cui ho fatto la prima foto al mio risveglio). Per 8 giorni ho “vissuto” da un’altra parte e ho avvertito chiaramente l’odore della morte, con la percezione di essere a un punto dove potresti non tornare più indietro. Invece, mi sono risvegliato in questa sala ricoperto da decine e decine di cavi e fili attaccatati ad un macchinario. Mi sono accorto di essere cambiato, non mi riconoscevo: il volto decisamente scavato e segnato, ho perso tutta la massa muscolare e ho un giro vita più stretto di quello di mia figlia che ha 30 anni di meno".

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Risvegliarsi in Rianimazione le ha fatto pensare di avercela fatta?

"Ho passato le prime 14 ore in un coma vigile  - risponde  -  e ho visto troppe persone morire, e per me troppe vuol dire anche solo una. Mi hanno fatto 2 tamponi, uno per vedere se ero riuscito a debellare il virus e uno di contro analisi. La battaglia era stata vinta e non si è resa necessaria la tracheotomia, che mi avrebbe procurato altri 7/8 giorni di ospedale. Quando sono tornato al reparto Covid-19 mi hanno accolto con un applauso e grida:

“Il Mago è tornato, ha sconfitto il virus”, mi ricordo che un medico mi ha detto: “Sei l’orgoglio di questo ospedale, il risultato dei nostri sforzi, il primo ad uscirne”.

Federico ce l'ha fatta, ma è stata dura. Solo il desiderio di tornare a casa da sua moglie e dai suoi figli l'hanno autato a sconfiggere questo maledetto virus.

"Un ringraziamento va alle dottoresse Ferrero, Meneghin e Focaraccio - prosegue ancora -. In 2 giorni non è più stato necessario l'ossigeno. Finalmente potevo tornare a casa". 

Il 2 aprile Laura è andata a prenderlo, Federico seduto sulla sedia a rotelle era quasi irriconoscibile.

"Quando sono arrivato sotto casa i miei figli sono scesi ad abbracciarmi, e dalla finestra del mio vicino, affacciato sul balcone, risuonava la canzone “Vincerò” di Pavarotti".

Poi lancia un appello accorato:

"non siate stupidi: fidatevi dei vostri amministratori comunali, che come non mai in questo periodo spendono il loro tempo e le loro energie per star vicino ai loro cittadini. Ringrazio il sindaco di Caselle, Luca Baracco per il supporto alla mia famiglia, ma soprattutto a mia moglie che si è dovuta occupare dei miei figli in un momento difficile. Un ringraziamento anche all’amministrazione comunale di Cirié e per quanto riguarda tutti i miei Angeli Salvatori, non posso fare altro che essergli riconoscente per avermi salvato la vita. Posso solo dirvi che, se sei fortunato, questo virus ti regala una settimana di ospedale un po’ intensa e se tutto va bene torni a casa con qualche acciacco. Ma se ti prende come ha preso me, i rischi di lasciare questa Terra sono davvero molto alti. Non mi piace sentir dire: “Ah, ma tanto era vecchio”, ho perso un amico che ha avuto lo stesso problema e aveva solo un anno in più di me, e penso che 51 anni non possano essere considerati un’età anziana. Non date dolori alle vostre famiglie. Proteggete voi stessi e i vostri affetti, siate rispettosi, preservate le memorie storiche che sono i nostri anziani, i nonni. La vita è una sola e non si scherza. Restare a casa non fa così male, prendetevi del tempo per parlare con i vostri famigliari, godetevi anche i piccoli momenti. La situazione cambierà, però perché questo accada c’è bisogno che tutti stiano a casa senza sottovalutare l’emergenza. Non mettete a repentaglio la vostra vita e quella degli altri. Non diventate fotografie da comodino, e godetevi i vostri cari".

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