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ponchia diretta

 

 A darne lettura, il vicesindaco Ponchia 

«Datemi retta: state a casa. Fatelo per voi e per chi vi sta vicino»

Luigi Benedetto

C’è chi si ammala, purtroppo. Chi non ce la fa, purtroppo. Ma c’è anche chi guarisce, per fortuna. Il vicesindaco di Rivarossa, Donata Ponchia, nella sua diretta quotidiana per aggiornare i cittadini sullo stato delle cose, ha dato lettura di una lettera inviatale da un suo amico e concittadino che ha avuto la malattia, l’ha affrontata e l’ha superata.

«Ultimamente leggo sui social di persone che si lamentano del fatto che non possono uscire di casa. Vorrei raccontare la mia storia. L’11 marzo ho cominciato ad avere la febbre, che nei giorni seguenti è continuata a salire fino a sfiorare i 40 gradi. Le mie figlie, preoccupatissime, continuavano a dirmi che mi sentivano respirare male, e hanno cominciato a telefonare ovunque, a cercare un saturimetro, a contattare il mio dottore, a chiedere informazioni al 118 finché, una sera, mi hanno costretto a vestirmi e mi hanno portato urgentemente al pronto soccorso. Posso dire con tanto orgoglio che se non fosse stato per loro, che sono i miei angeli, non sarei qui a raccontare questa storia. Sono giunto all’ospedale il 19 marzo e lì ho trascorso i dieci giorni più brutti della mia vita. Peggioravo giorno per giorno al punto che mi hanno messo due tipi di maschere, inizialmente, per l’ossigeno fino ad infilarmi la testa in un casco con l’ossigeno.

Una sera è arrivata un’infermiera che si è avvicinala mio letto e mi ha dato tre pastiglie. Quando le ho chiesto se dovevo prenderle subito lei mi ha risposto: “Ti conviene prenderle perché sono la tua ultima speranza”. Con gli occhi lucidi l’ho ringraziata, ho preso le pastiglie e ho messo di nuovo la testa nel casco. Apro una parentesi per fare i complimenti a tutto il personale dell’ospedale di Ciriè. Sono veramente degli angeli. Da quel giorno in me è scattato qualcosa. Forse per merito della mia forza di volontà, forse per la voglia di rivedere la mia famiglia, forse per le preghiere: vi assicuro ne ho dette tante. Sta di fatto che ho iniziato a migliorare giorno per giorno fra lo stupore di tutti. Il 3 aprile è venuta la dottoressa: mi ha sentito i polmoni, mi ha guardato e mi ha detto: “Se vai avanti così tra tre o quattro giorni ti mando a casa. Però devo darti una brutta notizia. Dovrai stare almeno altri 15 giorni in quarantena”. Io l’ho guardata e ho risposto: “Dottoressa, dopo quello che ho passato nei giorni scorsi ci sto anche due mesi in quarantena, basta che mi mandiate a casa con la mia famiglia”.

Con oggi sono 38 giorni che non esco di casa. Sono uscito solo per andare in ospedale e per tornare. Ma da quando sono a casa il tempo è volato. Concludo: vorrei dire a quelle persone che faticano, che si annoiano stando a casa tra televisione, telefonino, computer a godersi la propria famiglia, di pensare anche a chi soffre, a chi ha perso il lavoro, a chi non può lavorare, a chi è morto senza una degna sepoltura, a chi sta lottando, come ho fatto io, per tornare a casa con le proprie gambe. Forse capirebbero e direbbero anch’essi quello che ho detto io quel giorno alla dottoressa: ci sto anche due mesi in quarantena. Ci sono delle regole imposte da chi ne capisce molto più di noi su cui si può essere d’accordo o meno, ma che vanno rispettate per voi e per chi vi sta vicino».

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