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 La realtà in prima linea, oltre i numeri

"Non siamo eroi,  facciamo il nostro lavoro con passione, ma siamo in pochi e ci servono più mezzi per operare in sicurezza"

Mariaelena Spezzano

L’emergenza Coronavirus ha determinato uno squilibrio generale, senza guardare in faccia niente e nessuno. Come un incendio, è divampato bruciando e distruggendo, alimentato con prepotenza dall’ossigeno, e sembra impossibile trovare la sostanza che lo estingua definitivamente. Speranza e fiducia sono riposte quotidianamente nella scienza a caccia di un vaccino, nel personale medico che trova sempre più conferme nella terapia da somministrare, e in quello infermieristico, che garantisce l’assistenza e la cura al paziente. Si tratta di tre categorie che hanno compiti diversi, ma un obiettivo comune: un letto libero e un guarito in più.

Abbiamo raccolto la testimonianza di due infermiere impegnate in due realtà diverse e abbiamo riscontrato che entrambe concordano su molti aspetti.

“La mancanza del personale infermieristico che si sta verificando nelle strutture sanitarie - spiega Daniela, infermiera ventiquattrenne libera professionista presso una casa di cura -  è dovuta al fatto che molti colleghi in questo periodo sono assenti, chi per evitare il contagio, chi dopo essere risultati positivi al tampone, chi per altri motivi legati all’emergenza nazionale”.  

Poi prosegue esponendo un problema relativo alla suddivisioni dei ruoli nella struttura, che interessa anche l’intero Paese:

“a causa della mancanza del personale competente che non è stato possibile sostituire, al momento siamo 10 infermieri liberi professionisti su 15 e stiamo gestendo tre reparti su sei con un totale di novanta posti letto . Questa emergenza è stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso già pieno. Tutto ciò è infatti la conseguenza di una politica di restrizioni che mirava a limitare le nuove assunzioni, risolvendo il rimpiazzo dei pensionamenti con l’impiego delle stesse risorse già presenti per più servizi”.

Coronavirus.Italia

Le nostre due testimoni confermano, inoltre, che anche i numerosi appelli a neolaureati e non sono stati comprensibilmente vani, poiché la maggior parte dei giovani non si sente pronta ad un ingresso in campo di questo tipo.

Roberta, 55 anni e infermiera dell’ASL TO4 da 30, aggiunge alcune osservazioni a proposito dell’evoluzione del fenomeno pandemico in Italia:

“La malattia da Covi-19 che ha messo in ginocchio la Cina a inizio anno, sembrava non destare preoccupazione né allarmismo in Italia, e oggi possiamo dire che non è stato dato il giusto peso a quanto stava succedendo. Secondo i media, il coronavirus non era altro che un’influenza che come estrema complicanza poteva portare ad una polmonite interstiziale bilaterale, una patologia che le risorse sanitarie e le tecniche all’avanguardia presenti in Italia sarebbero stati in grado di curare, ricorrendo eventualmente alla rianimazione. Non bisogna dimenticare che negli ultimi anni sul territorio italiano sono stati effettuati dei tagli nella sanità, tra cui la diminuzione del quaranta per cento dei letti in terapia intensiva e la chiusura di molte strutture ospedaliere. Probabilmente i numeri sarebbero stati diversi e più bassi, se noi professionisti fossimo stati adeguatamente equipaggiati e preparati ad intervenire”.

Abbiamo chiesto a Daniela di descriverci brevemente la procedura con cui sono trattati i pazienti dall’inizio dell’emergenza ad oggi:

“La nostra struttura è stata una delle poche che si è tutelata da subito. I pazienti e il personale sono stati trattati in modo preventivo, seguendo dei protocolli “fai da te” attinenti alle linee guida, che prevedevano l’igienizzazione dell’ambiente, dalle maniglie delle porte, ai vassoi su cui viene servito il pasto ai pazienti e ai termometri ascellari. Dal 1 aprile scorso la struttura è in quarantena: nessuno può entrare, parenti inclusi, e nessuno dei pazienti è autorizzato ad uscire. Trattandosi di una casa di cura, rispetto alle RSA, agli hospice e alla case di riposo, i pazienti vi soggiornano per il periodo della riabilitazione e poi tornano a casa. Considerate le caratteristiche della struttura, al paziente è stata data la possibilità di firmare per lasciare la struttura contro il consenso medico, assumendosi la responsabilità. In realtà l’isolamento dei pazienti è avvenuto prima del 1 aprile, così come la richiesta dei tamponi. Una volta conosciuti gli esiti, i pazienti positivi asintomatici o con sintomi lievi sono stati trattati in loco, e in alcuni casi è stato possibile dimetterli, una volta guariti, prima che la situazione si aggravasse. Per quanto riguarda i pazienti positivi con sintomi importanti, sono stati trasferiti subito in pronto soccorso, poiché la struttura non è in grado di trattare le criticità, ma solo di garantire le condizioni igieniche e l’isolamento dal virus. Attualmente la salute dei nostri pazienti positivi è stabile”.

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La nostra giovane testimone afferma che tra il paziente e i familiari vengono mantenute regolarmente via telefono:

“quasi tutti i pazienti sono in grado di trasmettere informazioni ai parenti, utilizzando autonomamente il loro telefono cellulare. In caso contrario, il parente chiama in accettazione, che trasmette la chiamata nel reparto di interesse, dove, in base al tipo di informazioni, parla col medico o con l’infermiere”.

Poi, si aggancia al discorso sulla mancanza di personale e di risorse e continua:

“è’ possibile che si siano verificati dei problemi di comunicazioni nelle case di riposo, nelle RSA e negli hospice, dove sono anche ricoverate persone non autosufficienti: si tratta di persone affette da patologie degenerative oppure persone molto anziane. Non è da escludere che dall’oggi al domani alcuni incarichi siano rimasti scoperti, e che il personale disponibile abbia dovuto svolgere mansioni extra rispetto alle proprie, concentrandosi comunque e come è giusto che sia sulle priorità e sulle emergenze. In mancanza della segretaria che gestisce anche la comunicazione tramite mail e telefono, per esempio, chi la sostituisce può essere un responsabile di struttura, un coordinatore, un infermiere, o un OSS, che in primis è chiamato ad occuparsi del benessere del paziente e nella fattispecie dell’emergenza”.  

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Abbiamo concluso questo confronto chiedendo se la definizione di “eroi” appartenga loro.

Siamo sempre gli stessi -  risponde Daniela - Gli stessi che sono stati contestati per le attese in DEA - Dipartimento di Emergenza e Accettazione - dal primo giorno”.

Afferma Roberta e continua:

“stiamo col malato, ne gestiamo la patologia e la riabilitazione e garantiamo un’adeguata assistenza. Siamo madri, padri, figli, amici, ora come prima. Quello dell’infermiere è un ruolo che richiede un carattere forte e meno coinvolto possibile: la voce non deve tremare, ma al contrario essere chiara e alta al punto giusto, per trasmettere sicurezza, fiducia e speranza, qualunque sia la situazione”.

Poi conclude:

“in questo momento mi sento come quegli uomini sbarcati sulle spiagge della Normandia, privi dei mezzi per difendersi e consapevoli della sorte cui sarebbero andati incontro una volta scesi da quelle navi. Siamo costretti a lavorare, ma ci sono mancati molti mezzi per poterlo fare in sicurezza, di conseguenza ci possiamo ammalare più facilmente, mettendo a rischio la nostra vita e quella dei nostri familiari. Ci definiscono eroi, ma ci sentiamo carne da macello”.

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Riportiamo la testimonianza di un’infermiera che opera nel reparto covid- 1 dell’ASL TO4 che descrive perfettamente lo stato d’animo di chi si trova in prima linea:

il personale del reparto covid è stanco. Doversi confrontare in prima persona col rischio di contagio, con una malattia nuova e sconosciuta, con l’elevata mortalità, con la sofferenza per la perdita di pazienti e di colleghi, con i cambiamenti di pratiche e procedure di lavoro, con la necessità di fornire un maggiore supporto emotivo ai pazienti in isolamento, con la fatica fisica legata all’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale ci causa stanchezza fisica e mentale. Viviamo costantemente in allerta…”.

Foto: Ansa.it

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