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Luigi Arisio

 Leader della Marcia dei Quarantamila nel 1980

La manifestazione dei colletti bianchi che chiuse il lungo periodo di scioperi nelle fabbriche torinesi

Davide Aimonetto

Fra meno di due settimane si ricorderà la famosa “Marcia dei 40 mila”, avvenuta a Torino il 14 ottobre del 1980. Ma il suo protagonista indiscusso, e spesso al centro di molte polemiche, ancora oggi non pienamente dissipate, il cavalier Luigi Arisio, non ci sarà a ricordare il quarantennale di quegli eventi che cambiarono, e per sempre, le lotte sindacali dentro e fuori la Fiat, chiudendo per sempre una stagione di mobilitazione operaia.

Si è spento a 94 anni nella sua Torino. Personaggio controverso, per alcuni “colpevole” di essere solo stato uno strumento nelle mani della Fiat, per piegare la mobilitazione operaia, per altri invece, colui che “salvò” proprio la Fiat da un declino produttivo, causato anche e soprattutto dai continui ed esasperanti scioperi, consumati nei vari reparti dello stabilimento Mirafiori.

Furono milioni le ore di sciopero proclamate in quegli anni. Manifestazioni, cortei interni che bloccavano la produzione nei vari reparti, con un danno economico incalcolabile per la Fiat e il suo indotto.

marcia quarantamila

 Sindacati sempre sul piede di guerra per nuove rivendicazioni. Sul finire degli anni settanta, in un clima ancora plumbeo, causato dalla ferocia delle diverse organizzazioni brigatiste che ancora imperversavano a Torino, come nel resto del Paese, la Fiat decise di attuare una politica di licenziamenti, nei confronti di quegli operai, che a giudizio dei vertici aziendali, potevano essere in qualche modo simpatizzanti o fiancheggiatori dei terroristi.

Compito questo che in realtà spettava esclusivamente alla magistratura ed alle forze dell’ordine.

Il 9 ottobre del 1979 furono 61 gli operai Fiat licenziati per presunte accuse di contiguità con le formazioni terroriste.

Questo contribuì ad inasprire sempre di più i già tesi rapporti tra le forze sindacali ed i vertici aziendali della grande industria automobilistica. Ma è appena un anno dopo, nel settembre del 1980 che lo scontro divampa ancora più forte, quanto la Fiat preannuncia la messa in cassa integrazione per 18 mesi di 24 mila dipendenti.

Dopo neanche una settimana, l’azienda decide di licenziare 14469 dipendenti. I sindacati rispondono con la chiusura degli stabilimenti attraverso il picchettaggio, che impedisce di fatto l’ingresso nei reparti dei lavoratori. La città assiste attonita a questo scontro. In quegli anni, non c’era torinese che non avesse un amico, un parente o lui stesso, impiegato nella grande fabbrica. Licenziare, chiudere, significava far morire anche una parte consistente della città, ancora legata in gran parte alla produzione automobilistica.

Bivacchi davanti ai cancelli. Cortei cittadini. Il comizio del segretario del Pci Enrico Berlinguer che, in caso di occupazione della fabbrica, fece intuire agli operai assiepati davanti ai cancelli di Mirafiori, ma su questo ancora oggi i pareri sono contrastanti, che il partito comunista non avrebbe abbandonato i lavoratori in lotta.

Per 35 giorni Torino, il Piemonte, e l’Italia intera visse come sospesa. Poi ecco che uno sconosciuto dipendente del reparto sellerie, inizia a contattare colleghi, impiegati, capi reparto, i famosi “colletti bianchi” fino allora poco o per nulla sindacalizzati, e sempre rimasti ai margini delle grandi lotte sindacali, spesso indicati, anche sommariamente, come quelli dalla parte del “padronato”.

marcia quarantamila1

Quasi con incontri segreti e dal sapore carbonaro, impiegati, uomini e donne della Fiat, che vogliono solo tornare al lavoro, iniziano un’opera silenziosa quanto capillare: contattano chi la pensa come loro, chi è stufo delle violenze operaie, dei soprusi, dei picchettaggi ai cancelli dello stabilimento.

Uomini e donne che forse per la prima volta in vita loro si mettono davanti ad un ciclostile per stampare un volantino, o realizzare uno striscione. L’obiettivo è indire una manifestazione. Pacifica. Che dai cancelli di Mirafiori arrivi fino al cuore della città davanti al Comune, per chiedere a sindaco e prefetto, la riapertura di Mirafiori e la fine dei picchettaggi.

Il pessimismo sull’esito dell’iniziativa grava sui partecipanti, è Arisio invece che sprona, invita, coordina, praticamente è lui il leader, di un qualcosa che non ha un nome, una sigla, ma solo una richiesta: tornare al lavoro.

In quella mattinata autunnale, del 14 ottobre del 1980 nessuno di coloro che in piccoli capannelli, poi via via sempre più grandi, che stavano riunendosi davanti ai cancelli di Mirafiori, immaginava che stava per chiudersi un’epoca di lotte e rivendicazioni sindacali iniziate, in un altro autunno, quello del 1969.

Fra lo stupore degli stessi presenti, le fila del corteo si ingrossano a vista d’occhio. Prima un centinaio di persone. Poi un migliaio. Poi non si riesce più a scorgere la fine del corteo stesso.

Pochi gli slogan. Molti dei partecipanti in giacca e cravatta, le donne in tailleur. Ma anche commercianti, semplici cittadini, stanchi di quella cappa quotidiana di violenza. Probabilmente non erano 40 mila, ma erano tanti, come un fiume in piena raggiunsero via Roma, il centro, quello stesso centro animato dai cortei operai, dagli slogan, ora cedeva il passo ad una marcia silenziosa ma decisa.

Gli operai, i sindacalisti guardavano attoniti, stupiti, una cosa che non era mai accaduta nella storia subalpina ed italiana del movimento operaio. I più accorti capirono subito che stava finendo un mondo.

Qualcuno piangeva. Dietro a questo straripante successo c’era lui, ad aprire il corteo: Luigi Arisio. La marcia ebbe un effetto dirompente nelle trattative sindacali con la Fiat. Appena tre giorni dopo la Fiat ritirò i 14 mila licenziamenti, ma mantenne la cassa integrazione per zero ore a 22 mila operai. Gli stabilimenti Mirafiori riaprirono e si sciolsero i blocchi. I sindacati accusarono la sconfitta, ed impiegarono quasi un decennio a risollevarsi.

La linea di Cesare Romiti, dura, antisindacale aveva vinto. Arisio era uno di questi protagonisti della vittoria. Secondo alcuni osservatori la cosiddetta marcia dei 40 mila, fu orchestrata e indirettamente gestita dai vertici della Fiat, ed Arisio dunque solo uno strumento di questa iniziativa.

Ma prove e documenti che avvalorino questa tesi, almeno fino ad oggi, non se ne sono mai visti. Nel 1983, Luigi Arisio, su richiesta di Giovanni Spadolini, si candidò nelle fila del Partito repubblicano, ottenendo 14 mila preferenze, divenendo così deputato alla Camera. Rielezione che però non avvenne nel 1987.

Da allora Arisio, continuò  a seguire l’associazione dei quadri intermedi Fiat da lui fondati.

Dopo la recente scomparsa di Cesare Romiti, di Luciano Lama, di Enrico Berlinguer, anche Luigi Arisio con la sua morte, chiude definitivamente un’epoca convulsa e controversa, ancora oggi oggetto di molte critiche e polemiche. Sarà compito degli storici, senza più la vis polemica del tempo, accertare le cause e le conseguenze di quel periodo, che in qualche modo si sono proiettate fino ai giorni nostri.

 


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