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UniDad

Anche alla fine della pandemia e dell'emergenza

 Proposto da quattro studenti universitari per affiancare la Dad alle lezioni in presenza per chi non può essere fisicamente in aula

Chiara Mingrone

Dopo il nuovo cambio di colore, da domani, lunedì 26 aprile, anche gli universitari potranno tornare a lezione in presenza , ma c’è qualcuno a cui non dispiace continuare a seguire le lezioni da casa. In questi mesi è infatti nato il comitato Unidad, che riunisce studenti di UniTO e PoliTo.

Abbiamo avuto l’occasione di intervistare Francesco Blasi, classe 1992 iscritto al DAMS di UniTo, co-ideatore insieme a Irene Lugano del progetto.

In un periodo in cui ci sono molte proteste per tornare ad una istruzione in presenza sembra strano che qualcuno sia favorevole alla DAD. Come spiegate la vostra posizione?

«Noi non siamo contrari alla didattica in presenza ma abbiamo riscontrato che una integrazione tra didattica in presenza e in differita può aiutare tanti studenti da quelli lavoratori a quelli con disabilità».

La registrazione delle lezioni è una realtà già presente in UniTo e PoliTo, già in tempi non non di pandemia, il vostro quindi vuole essere un incremento di questa pratica che in modo istituzionale (come le lezioni registrate) o auto gestito dagli studenti (sbobinatura) esiste già.

«È vero, parte dei corsi, soprattutto nelle facoltà scientifiche, applicano questo metodo ma noi vorremmo che fosse esteso a tutte le facoltà, così da non creare differenze tra un dipartimento e l’altro. Sopratutto nelle facoltà umanistiche, in cui c’è una prevalenza del teorico sul pratico, questo metodo sarebbe facilmente applicabile e creerebbe corsi più inclusivi che non lascino indietro nessuno e non creino disparità tra frequentati e non. Quello che vogliamo è che la realtà della DAD non sia solo una parentesi ma diventi una possibilità stabile dato che il mondo universitario è variegato ed è quindi giusto venire in contro alle esigenze di tutti».

Uno degli aspetti emerso in questi mesi è il così detto gap tecnologico che ha creato molte difficoltà, che proposte avete in merito?

«Il nostro progetto vorrebbe essere proposto non solo al rettore ma anche al Ministero dell’Università e della Ricerca cui andranno parte dei finanziamenti del Recovery Plan. Quello che auspichiamo è che parte di questi fondi siano destinati ad aiutare i giovani ad acquistare dispositivi elettronici così da aiutarli negli studi, istituzionalizzando così,  il progetto di dare in comodato d’uso agli studenti tablet e computer come fatto da Unito nei mesi passati, senza che questo influisca sulle tasche degli universitari».

Quindi voi pensate che un provvedimento tanto controverso e criticato come la didattica a distanza possa essere un modo per rinnovare l’ambiente universitario?

«Si, noi crediamo che in questo modo l’università possa diventare più inclusiva. Noi non vogliamo eliminare l’università in presenza ma poter dare la possibilità agli studenti di fruire dei suoi servizi nella maniera loro più congeniale. Ovviamente pensiamo che attività come i tirocini debbano rimanere esclusivamente in presenza, ma tutto ciò che può essere fatto anche da casa, debba rimanere. All’inizio pensavamo di essere in pochi ad avere trovato dei lati positivi in questo nuovo modo di fare lezione, ma andando avanti, abbiamo visto che tanti ne hanno trovato giovamento. Sicuramente ci sono ancora degli aspetti da migliorare, ma riteniamo che non sia un progetto da lasciare nel dimenticatoio. Le incertezze sono ancora tante, siamo all’inizio, ma il progetto piace a molti studenti - e l’aumento delle immatricolazioni lo dimostra - ma, speriamo, che anche le istituzioni ci supportino, così da portare una ventata di aria fresca nel mondo accademico».


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