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 Denuncia e indignazione possono ancora bastare?

 Servono azioni concrete, un salto culturale deciso e l'abbattimento di vergognosi stereotipi

na.ber.

Oggi è il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, di un anno estremamente difficile per tutti, a causa della pandemia che la scorsa primavera, e dal 3 novembre nuovamente ci costringe tra le mura domestiche.

Un anno che non dimenticheremo facilmente e ancor meno lo dimenticheranno tutte quelle donne che vittime di mariti e compagni violenti che hanno dovuto subire in silenzio, chiuse nelle “prigioni” delle loro case, questo difficilissimo momento

E’ una giornata in cui si parlerà molto di questa tematica, ma che alla fine cadrà nel dimenticatoio fino al prossimo fatto di cronaca che genererà indignazione generale (almeno per qualche giorno).

Ma oggi c’è da chiedersi se denuncia e indignazione possono ancora bastare? Sono sufficienti ad arginare un fenomeno che sta, sempre più, assumendo proporzioni e contorni inquietanti.

Evidentemente la risposta non può che essere “no”.

Forse dobbiamo chiederci chi sia il complice del permanere di questa situazione, invece.

Perché chi, pur occupando posti di potere e avendo in mano la capacità di spesa non stia promuovendo i servizi di assistenza necessari alle sopravvissute?

Perché chi, dovrebbe finanziare e promuovere i centri anti violenza cerca, invece di affossarli tra pastoie burocratiche e lungaggini?

Perché non ci si sta prodigando abbastanza per formare le nuove generazioni ad un tipo di cultura del rispetto, ma tutto è lasciato alla buona volontà e all’impegno di scuole e associazioni di volontariato e tra mille difficoltà?

Pechè il “Codice rosso” che ha innovato e modificato la disciplina penale e processuale della violenza domestica e di genere, corredandola di inasprimenti di sanzione, non sta funzionando come dovrebbe, con vittime costrette ad aspettare fino anche ad un anno per cominciare ad avere giustizia?

Servono meno parole e più fatti concreti, oltre ad un salto culturale, un’informazione diversa che eviti una narrazione che troppo spesso giustifica gli assassini e colpevolizza le donne.

E per questo sta anche a noi, alle giornaliste e ai giornalisti, agire per cambiare l’informazione sul femmicidio. 

Serve abbattere stereotipi odiosi che relegano le donne ad un ruolo subalterno e sempre pronte a soddisfare gli altrui bisogni (marito, compagno e figli in primis.

Serve un cambio di passo e serve subito e farlo per primi dovranno proprio essere i mezzi di comunicazione di massa.

Perché quando ti capita per caso, come è accaduto a me, di soffermarti a guardare qualche minuto un programma pomeridiano della Rai (la Tv di Stato pagata con i soldi di tutti) e scopri con stupore e sgomento che una cuoca racconta come conquistare un uomo utilizzando i manicaretti e ammiccando si rivolge così alle donne in ascolto “lo sapete che un uomo lo dovete prendere con il dolce, con gli odori, con i profumi, con il cibo”, vieni colto prima da un brivido freddo e poi dalla rabbia tanta rabbia.

Non si può utilizzare la Tv pubblica (ripeto pagata da tutti noi) per far credere che le donne siano quella roba lì. E’ una cosa che ci pone tutte in una condizione di pericolo e che come scriveva nel 2010 Elisa Giomi, oggi commissaria all’Authority per le comunicazioni: è la rappresentazione di “donne pure, virtuose, generose fino all’abnegazione…. la loro vita annullata in quella mistica della femminilità che, scambiando natura per cultura, erige il maternage, i valori della cura, della remissività in definitiva della subalternità ai bisogni altrui”.

Così non va e se a dare questa rappresentazione tossica ci si mette perfino la Tv di Stato, allora non se ne esce più.

Bisogna che il denaro pubblico venga speso in modo diverso e per sostenere chi comprende cosa vuol dire un messaggio subliminale, uno stereotipo. Bisogna farlo per rispettare tutte quelle donne che sono riuscite, con enormi sacrifici, ad arrivare al traguardo ma anche e soprattutto per quelle che sono escluse dalla televisione pubblica perché non sono funzionali alla “conquista del maschio attraverso un manicaretto”.

Dalle minacce e attacchi verbali alle aggressioni fisiche, dallo stalking allo stupro, la violenza sulle donne ha migliaia di forme e sfaccettature, in un abisso di buio in cui nessuna donna dovrebbe mai finire.

Questo è il contributo video delle giovani giornaliste di NonSoloContro


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