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NUOVO MESSALE ROMANO FILEminimizer

 Da domenica molte Chiese lo utilizzeranno per la liturgia 

Un lavoro durato 18 anni, che ha messo a confronto teologi, sacerdoti e liturgisti

Davide Aimonetto

Domenica 29 novembre, prima domenica dell’Avvento, non sarà una domenica qualunque. Almeno per i fedeli appartenenti alla Chiesa cattolica, che avranno fra le mani la nuova traduzione del Messale romano.

Edizione che segue quella del 1983, che ha scandito per oltre quarant’anni le celebrazioni liturgiche, e che è stata rivista ed aggiornata.

Anche se, in realtà, la nuova edizione del Messale per le celebrazioni, sarà obbligatoria solo dalla prossima Pasqua, cioè a partire dal 4 aprile 2021.

Molte diocesi italiane hanno comunque deciso di anticipare i tempi, adottandolo già a partire dalle messe che coincidono con il periodo dell’Avvento.

Fin qui nulla di strano. Ciclicamente la Chiesa, studia, aggiorna, tende a rendere più chiaro e fruibile a tutti i fedeli il Messale, nel segno della continuità e della tradizione.

Ma purtroppo, come sempre più spesso accade, nei confronti di argomenti che abbracciano la religione ed in particolare il cattolicesimo, subito scattano i sospetti, le dietrologie, accompagnati dalla granitica certezza che la Chiesa attraverso questa, come altre iniziative, si sia nuovamente spaccata fra “conservatori” e “progressisti”.

Pro o contro il Nuovo messale. Un gioco che appassiona sempre. Soprattutto chi non conosce le dinamiche e la storia della Chiesa.

C’è chi pensa che questa nuova traduzione del Messale sia avvenuta, all’oscuro di tutti, orchestrata da qualche mano misteriosa, sul genere “Il Nome della Rosa”.

In realtà è il frutto del lavoro collettivo di oltre trenta esperti tra liturgisti, teologi ed esperti di musica sacra che, riuniti in una commissione ad hoc, istituita nel 2002, hanno studiato con rigore tutte le possibilità offerte dalla nuova traduzione, tenendo conto anche delle sensibilità emerse dai sacerdoti e dalle comunità cattoliche, in questi ultimi decenni.

Dunque un lavoro difficile ed appassionato. Certamente svolto alla luce del sole, e durato 18 anni. Ben due sono state le assemblee generali della Conferenza episcopale italiana, che hanno discusso il lavoro svolto, posto all’attenzione di tutti i vescovi.

Fino all’ assemblea straordinaria del novembre 2018 che ha approvato definitivamente il testo. Poi è il “via libera” di Papa Francesco. Infine, la promulgazione del testo, avvenuta l’8 settembre del 2019, da parte del presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti.

Il 29 agosto scorso, la prima copia della traduzione del nuovo Messale del rito cattolico, è stata donata al Pontefice.

Insomma un percorso di studio e traduzione, lungo, articolato e collettivo. Non certo la conseguenza di qualche misteriosa ed arbitraria volontà di cambiare in alcune parti un testo che, fra l’altro, aveva giù subito precedenti revisioni. 

Ma concretamente cosa cambia nelle funzioni liturgiche cattoliche?

Da domenica 29 novembre, chi ha già adottato il nuovo Messale, alla recita de il «Padre nostro», non dirà più «e non ci indurre in tentazione», ma «non abbandonarci alla tentazione»; è stato inserito un «anche»: «come anche noi li rimettiamo»; nel «Gloria», al posto del classico «pace in terra agli uomini di buona volontà», si dirà «pace in terra agli uomini, amati dal Signore».

Queste sono le principali variazioni della Messa che riguardano il popolo e dovranno essere «imparate a memoria» da tutti.

Ma ci sono anche altre modifiche nelle «Preghiere eucaristiche» pronunciate dal sacerdote. Ma tranquilli. Nessuna eresia in corso. L’impianto generale della Messa resta invariato.

Certamente ci sarà una traduzione più fedele e migliorativa del testo in questione. Un Messale sicuramente in linea con lo spirito dei tempi, con un linguaggio inclusivo, che presta una maggiore attenzione alle tematiche di genere, partendo anche dai risvolti linguistici.

Dunque, durante la messa, non ci si rivolgerà più a “voi fratelli”, ma a “voi fratelli e sorelle”.

Una sensibilità che si ripropone anche in altri parti del rito. Oltre al linguaggio inclusivo dell'atto penitenziale, si è rivista la traduzione dell'inizio dell’inno del Gloria - per cui d'ora in avanti si pregherà o si canterà dicendo “e pace in terra agli uomini amati dal Signore”- e, cambiamento più significativo, del Padre nostro, la preghiera più cara alla cristianità: oltre a un “anche” che si aggiunge, il “non indurci in tentazione” d’ora in poi sarà “non abbandonarci alla tentazione” che meglio esprime il volto paterno di Dio a cui ci stiamo rivolgendo.

Papa Francesco ricorda l’importanza e la continuità del lavoro:

«È la nuova forma di un’antica sostanza che affonda le radici nel Concilio Vaticano II, di cui continua l’applicazione».

 Papa Bergoglio sostiene a spada tratta la nuova traduzione del «Padre nostro».

Anche i francesi hanno cambiato il testo con la traduzione “Non lasciarmi cadere nella tentazione”. Sono io a cadere – ricorda il Pontefice - non Lui che mi butta nella tentazione per vedere come sono caduto. Un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito.

Il volume è edito dalla Fondazione di religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena ed è distribuito dalla Lev (Libreria Editrice Vaticana). La nuova edizione è riccamente illustrata dal pittore Mimmo Paladino, autore italiano di fama internazionale.

Rinnovata sia la veste tipografica: nuovo il formato, nuova la rilegatura, nuovo il carattere e il tipo di carta.  Costo 110 euro.


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