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 Un'assurda forma di bigottismo moderno?

Non sarebbe forse il caso di tornare all’origine di cosa consideriamo libertà di espressione?

L'Opinione

di Fabio Farag

Da alcuni anni ormai, chiunque abbia la fortuna di leggere un giornale, guardare un dibattito televisivo, o imbattersi, girando per i social, nella sezione commenti di un qualsiasi gruppo dedicato alla politica, si è sicuramente trovato faccia a faccia nella diatriba, tuttora in corso, tra chi sostiene che ci troviamo di fronte ad una dittatura del politicamente corretto e chi invece lo nega.

Giusto per fare un esempio, subito dopo gli attacchi a Capitol Hill, la triade Twitter-Facebook-Instagram ha deciso di bloccare l’ormai ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Decisione illegittima o illegale?

Non esattamente, in quanto piattaforme private, è nel diritto dei loro proprietari zittire e bloccare gli utenti che si iscrivono, accettando un regolamento. Gli spunti più interessanti sono da trovarsi nelle reazioni da parte dell’opinione pubblica al blocco. Tra chi, contrario al blocco, sostiene che sia stato un attacco alla libertà di parola o addirittura alla democrazia stessa, da parte dei social, ormai inseriti dentro il circuito della “dittatura del politically correct” e, dall’altra parte, chi invece difende quel blocco, arrivando persino a scomodare Popper e il suo paradosso della tolleranza. Il paradosso, inserito in un più ampio discorso all’interno di un saggio intitolato “La società aperta e i suoi nemici” sostiene che, una società tollerante, per preservare il suo status di società aperta, non deve tollerare gli intolleranti. Sostanzialmente, l’intolleranza nei confronti dell’intolleranza, permetterebbe a una società aperta di mantenere la sua natura tollerante.

Quello che però forse sfugge ai citazionisti del filosofo è che il saggio - se mai l’abbiano letto o se abbiano soltanto letto il paradosso in qualche post su Facebook, non ci è dato saperlo - Popper l’ha scritto nel 1945, al tramonto della seconda guerra mondiale, quando cioè la Germania nazista venne sconfitta e si scoprirono gli orrori dei campi di sterminio. Aveva senso quindi, nell’epoca in cui Popper scrisse il saggio, citare il problema di una forza politica che, sfruttando il gioco democratico e la libertà di parola, prese il potere e trasformò lo “stato aperto” in una dittatura.  Paragonare i due casi, e unirli col paradosso della tolleranza per difendere il blocco imposto a Trump che aizza una folla di decerebrati alle porte del Campidoglio o il blocco dell’account twitter di Libero, è quantomeno curioso.

Ha senso parlare di una “dittatura del politically correct”?

Fa sempre sorridere quando politici che hanno chiesto i “pieni poteri” vicini a correnti e idee fascisteggianti e giornalisti col busto del duce sui loro scrittoi starnazzano di una dittatura del politicamente corretto. Basterebbe cercare la definizione Treccani di “dittatura”, per capire che non ci troviamo assolutamente in quell’ambito. D’altronde, ancora nessuno ha distrutto la sede di Libero per quei titoli razzisti e omofobi o esiliato il poliziotto-capitano- testimone di Geova antispaccio- segretario della Lega, per tutte le imbarazzanti dichiarazioni fatte da quando era il nulla cosmico ad oggi.

Si può però notare che esiste un orientamento, o quantomeno una tendenza, nata nei salotti liberal degli Stati Uniti, e trasferitasi negli ambienti di sinistra in Italia, all’utilizzo di un linguaggio inclusivo, spesso forzato e pedante, volto al rispetto delle minoranze e delle differenze di genere.

Asterisco di genere, alfabeto di genere, pronome di genere, sono il prodotto naturale del politicamente corretto. Una forma di conformismo linguistico, che col tempo ha assunto forme totalizzanti e conflittuali, portando l’opinione pubblica e i media mainstream a comportarsi di conseguenza, individuando “il nemico”, razzista, misogino o omofobo che sia, in qualunque scambio comunicativo pubblico che non sia conforme ai canoni.

La situazione sfocia nel ridicolo quando poi, ad esempio, un neodeputato statunitense che, concluso il proprio discorso inaugurale alla Camera dei Rappresentanti, dopo aver pronunciato “Amen”, si affretta ad aggiungere “a woman”.

Conseguenza diretta del politicamente corretto è la cosiddetta cancel culture, cioè la pratica di censurare o cancellare opere del passato, in quanto ritenute portatrici di valori antagonisti al senso comune, che siano statue rappresentanti personaggi simbolo di un passato razzista e coloniale o film censurati dalle grandi piattaforme di streaming come Netlfix e Amazon Prime, che ricordiamolo, non sono ideologicamente orientate al politicamente corretto, ma al semplice business.  

Gli ultimi a lamentarsi di questa tendenza sono stati 150 intellettuali, tra i quali Noam Chomsky (non certo un leghista) e JK Rowling (finita nella gogna di Twitter per alcuni commenti sulle persone transgender), che in una lettera aperta hanno denunciato una “restrizione del dibattito”. Sostenendo il loro consenso ad una più equa giustizia raziale, hanno avvertito però del pericolo di “una nuova serie di standard morali e schieramenti politici che tendono a indebolire il dibattito aperto in favore del conformismo ideologico”.

Ora, al netto di qualsivoglia miope denuncia di una “dittatura del politicamente corretto” bisognerebbe chiedersi quanto, atteggiamenti iconoclasti e di destrutturazione culturale e linguistica, portino beneficio alla causa per le quale vengono utilizzati. È veramente utile per un afroamericano che abita nel Southside di Chicago che Netlfix cancelli dal suo catalogo Via col Vento? O che per una donna che non riesca a pareggiare lo stipendio di un collega uomo, venire chiamata avvocatessa anziché avvocato?  Si possono combattere le idee semplicemente destrutturandole?


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