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  Auguri alle donne...ma per che cosa effettivamente?

 «Nasce come momento di riflessione e sta lentamente morendo affogato in vuota retorica per sommergere le rivendicazioni femministe»

L'opinione di Giorgia Megliola

Giorgia Megliola

Ogni anno, quando si avvicina l’8 marzo, mi assale uno strano senso di disagio che ruota tutto attorno a una sola domanda: cosa risponderò a chi mi farà gli auguri?

Premetto dicendo che per me (come per molte, non sono speciale per fortuna) questa data ha un significato profondo. Al pari del 25 aprile e del 1 maggio mi dà forza, mi ricorda chi sono e cosa voglio essere, è una sveglia che ogni anno mi tiene allerta.

Con il passare del tempo però il sentimento di orgoglio e forza si è affievolito lasciando spazio al disagio di cui sopra, principalmente perché mi sono resa conto che intorno a me non tutti sono consapevoli di cosa voglia dire l’8 marzo, la Festa della Donna un modo di chiamare questa data che nel migliore dei casi mi provoca un senso di fastidio.

Sarà che negli anni ho sentito e letto molti esponenti del genere maschile di varie età: c’è il comico che dichiara “oggi mia moglie la porto a cena fuori così per una volta non deve lavare i piatti”; il simpatizzante che prima afferma “la donna va celebrata sempre” e tre secondi dopo lascia commenti spinti sotto foto di minorenni succinte; l’oppositore che, sentendosi escluso dalle celebrazioni, si domanda “e perché non la Festa dell’Uomo?”; il poeta, che regala la perla “auguri alle donne, la cosa più preziosa che abbiamo”. Sarà che quegli auguri che mi arrivano hanno un retrogusto di beffa, sarà che se mi regalano le mimose lo vedo come un atto dovuto, quando non un secondo fine.

Sarà per tanti motivi, ma mi sento più a mio agio se celebro l’8 marzo tra le mura di casa dove, per mia fortuna, le donne e gli uomini della mia famiglia mi hanno trasmesso il “vero” significato di questa data, nel mondo esterno non ci riesco e cerco, per quanto possibile, di tenermi alla larga da situazioni per me imbarazzanti.

Negli anni ho sperimentato vari tipi di risposta: dal grazie-convinto (periodo elementari-medie), al grazie-dubbioso (inizio liceo), al provocatorio grazie-anche-a-te (che però veniva sempre ribattuto con “ma non sono una femmina ahahah”), al silenzio rassegnato degli ultimi anni.

otto marzo

Quella parola, ”auguri”, mi mette in seria difficoltà interiore e sociale. Auguri di cosa? Di essere nata femmina? È un “auguri” di pronta guarigione? Seriamente, auguri di cosa? Ti auguro di poter vivere la tua vita lontana dal posto che ti ritaglieranno gli altri? Ti auguro di raggiungere la posizione e guadagnare lo stipendio che meriti? Ti auguro di trovare un uomo che ti stia accanto senza sentirsi sminuito se sei più brava di lui in qualcosa? Ti auguro di non sentirti meno se un uomo non lo vuoi? Ti auguro di sentirti realizzata come meglio credi tu e non come credono gli altri? Sono questi gli auguri che ricevo? Non penso. Alcuni sì, ho la fortuna di avere amici che capiscono, ma molti, moltissimi no, fanno gli auguri solo perché siamo vittime delle abitudini e del fare comune.

Si è provato ad annullare l’origine dell’8 marzo in tutti i modi. All’inizio (inizio-inizio, credo dopo la seconda guerra mondiale) per cancellare l’associazione con il Socialismo prima e il Comunismo subito dopo, le cui militanti avevano stabilito una data per celebrare la donna come combattente e lavoratrice, libera dal ruolo che la società le imponeva. Per farlo si è arrivati ad inventarsi la celebrazione in memoria delle operaie morte nell’incendio della fabbrica Cotton di New York (se si cerca in rete sono molte le smentite dell’accaduto, a quanto pare quella fabbrica non è mai esistita, si è “adattato” un fatto simile, sempre a New York, la fabbrica era la Triangle, morirono 123 donne e 23 uomini, ma era il 25 marzo 1911, non l’8 marzo 1908). In seguito rendendolo “una festa”. Fa male ammettere che si è riusciti.

Oggi, soprattutto in Italia, sono pochi quelli che sanno di cosa si sta parlando. Non celebrando, parlando. Perché l’8 marzo nasce come momento di riflessione e sta lentamente morendo affogato in mimose tagliate senza pietà da mani che non sanno più perché sono il fiore simbolo, in vuota retorica volta a sommergere le rivendicazioni femministe, negli occhi che roteano scocciati al sentire la parola “femminista”, in termini come “imprenditoria al femminile” (o peggio ancora “in rosa”) a sottolineare come sia fenomenale che una femmina sia in grado di amministrare qualcosa che non siano i figli e la casa. Muore un po’ di più ogni volta che, appena finito di dire o digitare quel maledetto “auguri”, un uomo fa un’innocente battuta sessista.

È vero che negli ultimi anni le lotte e le rivendicazioni delle donne stanno molto lentamente smuovendo un dibattito, ma ho l’impressione che i discorsi, i servizi, gli approfondimenti siano retorici, banali, scontati, a confermare lo spirito di “festa della donna”, lasciando alla fine della festa la situazione invariata.

Dunque questo 8 marzo 2021 mi preparo ad armarmi ancora di santa pazienza. La sola nota positiva di questa strana situazione che stiamo vivendo dall’anno scorso è che non ci saranno occasioni sociali per massacrare povere mimose innocenti.

Voglio però fare uno sforzo di buona fede e, da questo spazio che mi è concesso, lanciare un appello al popolo maschile in ascolto. So che c’è un popolo maschile in ascolto perché qualcosa sta davvero cambiando, lo dimostrano ad esempio quegli uomini che nei giorni passati hanno manifestato contro la violenza sulle donne e il femminicidio, non il 25 novembre, ma in date che, apparentemente, nulla hanno a che fare con il tema.

Quindi a voi, uomini in ascolto, che ancora non siete del tutto convinti, voglio dire: quest’anno provate a fare un esercizio, provate a pensare intensamente a cosa volete augurare alle donne nella vostra vita, pensate al significato di quegli auguri e, se riuscite, diteglielo per esteso. Una volta fatto provate a vivere in conseguenza di quello che avete detto, rendetevi conto che non siamo “cose”, non siamo “meno”, non siamo vostre rivali o nemiche così come vorrei (vorremmo) che voi non foste nostri nemici e carnefici, ma nostri alleati in questa lotta per renderci tutti uguali come “persone” con gli stessi diritti, la stessa dignità e le stesse opportunità.

A voi, donne, invece non faccio gli auguri, ma vi dico “coraggio, che le battaglie sono ancora tante”.

Buon 8 marzo.


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