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gender gap

Con la parità crescerebbero economia e Pil

Aprire le porte del lavoro alle donne è un imperativo di civiltà e una necessità

Endrio Milano

C’è ancora molto lavoro da fare per eliminare gli ostacoli che impediscono alle donne di affermarsi nel mondo del lavoro, ma non è solo una questione di giustizia verso le donne e anche una necessità economica, sottolineata da molte ricerche autorevoli commissionate da istituzioni internazionali.

McKinsey, nel suo “Women Matter: Ten years of insights on gender diversity”, ha evidenziato come le donne generino a livello globale appena il 37% del Pil, pur essendo la metà della popolazione.

Permangono rilevanti differenze tra le diverse macroregioni: se in Nordamerica, Oceania, Europa Orientale e Cina la quota di Pil femminile oscilla intorno al 40-41% del totale, questa scende al 38% in Europa occidentale e precipita al 18% in Medio Oriente, con l’India fanalino di coda (17%).

Sono i dati di un suicidio economico, dovuto al fatto che nel mondo solo la metà della popolazione femminile in età lavorativa riesce a conquistare un impiego: la forza lavoro mondiale è potenzialmente di circa 5 miliardi di persone e le donne rappresentano quasi la metà del totale; ma mentre l’80% degli uomini  riesce effettivamente a conquistare un impiego, le donne non arrivano al 50%, riducendo questo divario diventeremmo tutti più ricchi.

 Decine di analisi e ricerche in ogni campo, dalla macroeconomia alla demografia, dalla finanza alla sociologia, ripetono da decenni che abbattere il gender gap significherebbe aumentare ricchezza e benessere per tutti, non solo per le donne. Tema presente anche al presidente del Consiglio Mario Draghi che lo ha affrontato nel Suo discorso di programma al Senato e riassunto nella  frase «ridurre il gap competitivo tra uomini e donne»

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Anche il  Fondo monetario internazionale (“Economic Gains From Gender Inclusion: New Mechanisms, New Evidence”), per esempio, nota come in Irlanda la partecipazione femminile al mercato del lavoro sia aumentata del 25% dal 1990, contribuendo all’eccezionale crescita del paese. In Egitto la crescita è invece rimasta al palo e solo il 16% delle donne in età lavorativa riesce a trovare lavoro in quel paese. Secondo il FMI se  non esistesse alcun gender gap, l’Egitto avrebbe un Pil del 60% maggiore e un miglioramento del 25%  del welfare rispetto a oggi.

Sempre McKinsey  (“The Power of Parity”), ha rivelato che senza il gender gap il Pil globale crescerebbe di colpo di qualcosa come 28 trilioni di dollari (+26%),   equivalente al prodotto interno lordo di Stati Uniti e Cina messi assieme. In una simulazione regionale nella quale tutte le economie di un continente riescono ad allinearsi al Paese dove il gender gap è minore, l’incremento del Pil globale sarebbe di 12 trilioni di dollari (+11%), pari al prodotto interno lordo di Germania, Giappone e Gran Bretagna messe assieme. Il FMI  sottolinea che anche gli uomini guadagnerebbero da una maggior partecipazione femminile al mercato del lavoro, perché «un aumento della produttività si tradurrebbe in un incremento dei salari per tutti».

Come spiega un altro studio del Fmi (“Closing the Gender Gap”), uomini e donne portano nel mondo del lavoro approcci, idee e soluzioni differenti, generando una “diversity” che ha un enorme valore economico.  E non è un caso che i consigli d’amministrazione di imprese e banche in cui i due generi sono equilibrati mostrino una maggior stabilità finanziaria, più liquidità in cassa, minori sofferenze, e in generale una buona resilienza a stress esterni. «Avere più donne nel top management contribuisce alla diversità e complementarietà di pensiero, portando a un miglior decision making», spiega il Fondo monetario.

Eppure il mondo - in particolare i Paesi in via di sviluppo - continua a ignorare talento e potenzialità femminili, con il risultato di sprecare enormi potenzialità (perdendo ricchezza). Nel Terzo Millennio esistono ancora 18 Stati in cui un marito può legalmente impedire alla moglie di lavorare. In ben 104 Paesi alle donne è vietato svolgere alcune professioni, mentre in 59 Stati non esiste alcun tipo di tutela normativa contro le molestie sessuali sul posto di lavoro. (Fonte: stime Fondo monetario internazionale)

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Ridurre il gender gap lavorativo è ormai un imperativo, soprattutto nei Paesi sviluppati la cui ricchezza è minacciata da una demografia stagnante.

Ma come muoversi?

In “Closing the Gender Gap” il Fondo monetario ha messo nero su bianco una precisa roadmap. Le economie avanzate devono innanzitutto equiparare i congedi di maternità e di paternità, come accade da tempo per esempio in Svezia, ma anche abbattere il costo degli asili nido perchè un taglio del 50% delle rette potrebbe aumentare del 10% la partecipazione delle giovani madri al mercato del lavoro. Molto efficace è pure la leva fiscale, ovvero il taglio delle tasse per le donne lavoratrici in famiglie a basso reddito che sarebbe un incentivo a restare nel mondo del lavoro.

Le pari opportunità sono fondamentali anche a scuola e nelle università, in modo da creare una forza lavoro femminile al passo con le richieste delle imprese, in un contesto di formazione continua (prendendo esempio dagli incentivi fiscali per il lifelong learning di Olanda e Francia) e di “quote rosa” nei board aziendali, stile scandinavo. E naturalmente è indispensabile un welfare in grado di proteggere e riqualificare professionalmente le lavoratrici, che in generale hanno impieghi più precari, discontinui e malpagati di quelli degli uomini. Esiste persino un “gender digital divide”, sottolinea il Fmi, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo: le donne che hanno accesso a Internet sono 250 milioni meno degli uomini.

«Da piccole ci ripetevano che avremmo potuto raggiungere qualsiasi obiettivo, che nessuna barriera sarebbe stata insormontabile - scrivono all’inizio di “Closing the Gender Gap” Era Dabla Norris e Kalpana Kochhar, le ricercatrici indiane autrici dello studio del FMI  . Poi abbiamo scoperto che la parità di genere non era un tratto distintivo della middle class indiana in cui siamo cresciute. Avevamo sempre pensato che il gender gap fosse una questione di giustizia sociale. Solo scrivendo questa ricerca abbiamo capito che è anche un grande problema economico»

Non c’è un minuto da perdere.


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