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Ma i tempi per l'estradizione sono lunghi

 Tra i fermati anche Giorgio Pietrostefani e Marina Petrella

lu.be. 

Il più giovane ha 63 anni, il più anziano 77. Devono scontare una pena che va dai poco più di 11 anni all’ergastolo. Qualcuno ha fatto parte delle Brigate Rosse, qualcuno di Lotta Continua qualcuno dei Nuclei Armati Contropotere Territoriale. Qualcuno si è macchiato di reati di sangue, qualcuno ha una somma di reati (associazione sovversiva, banda armata, ricettazione, associazione con finalità di terrorismo) che, negli anni di piombo, venivano dispensati a chi apparteneva alle bande armate, anche se, materialmente, non aveva mai sparato.

La "Dottrina Mitterand"

 

Hanno in comune il fatto di essere sfuggiti alla condanna, riparando in Francia, protetti dalla “Dottrina Mitterrand”, dal nome del presidente della Repubblica che l’aveva promossa, cioè la non concessione dell’estradizione a persone imputate o condannate per atti violenti, ma di ispirazione politica contro qualunque Stato (tranne quello francese, ovviamente) a patto che deponessero le armi e rinunciassero a fare ancora ricorso alla violenza. In buona sostanza, a terroristi pentiti.

Non sono nomi famosi, quelli delle sette persone arrestate poche ore fa in Francia, ad eccezione di Giorgio Pietrostefani, oggi 77enne, condannato come mandante dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi il 17 maggio 1972, al termine di un processo concluso solo, nelle ultime fasi, nel 2005 (e che ha lasciato comunque non pochi dubbi, ma doverosamente le sentenze non si discutono, si applicano).

Chi mastica un po’ di storia di quegli anni ricorderà magari il nome di Marina Petrella, condannata - tra le altre cose - per l’omicidio del generale dei Carabinieri Enrico Galvaligi, ma per sapere chi sono e cosa hanno fatto gli altri (Giovanni Alimonti, Enzo Calvitti, Roberta Cappelli, Sergio Tornaghi e Narciso Manenti) è davvero necessario ricorrere ai libri o alle biografie disponibili in internet. Altri tre ex brigatisti sono riusciti a darsi alla fuga prima dell’arresto. 

L’operazione è stata salutata, forse un po’ troppo frettolosamente, da tutto il mondo politico, con tutte le parti impegnate a prendersi la propria fetta di merito

Fetta che, però, potrebbe non essere così gustosa. Per almeno due motivi.

Il primo è quello storico. L’arresto compiuto in Francia poco o nulla aggiunge alla comprensione dei lati ancora oscuri, che non sono pochi, di quegli anni. Diverso sarebbe, per esempio, se si fossero assicurati alla giustizia altri nomi, come quelli di Alvaro Lojacono, oggi cittadino svizzero (e la Svizzera non prevede l’estradizione per i suoi cittadini), condannato come responsabile della morte del magistrato Girolamo Tartaglione, del giudice Riccardo Palma, dello studente greco Mikis Mantakas nonché presente in via Fani il 16 marzo 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione degli uomini della sua scorta. In via Fani, quel giorno, c’era anche Alessio Casimirri, oggi titolare di un celebrato ristorante in Nicaragua. Questi nomi, magari, potrebbero contribuire a portare un po’ di luce su quel periodo mai completamente chiarito della storia italiana.

Il secondo è quello giudiziario. Chi immagina già i sette terroristi dietro le sbarre a scontare la condanna, è destinato a rimanere deluso. L’iter prevede, dopo la notifica del provvedimento di estradizione, le udienze, caso per caso, in corte d’Appello. Ovviamente ciascuno potrà presentare ricorso in Cassazione. Solo dopo, sarà possibile emettere il decreto di estradizione (e anche in questo caso saranno possibili ricorsi al Consiglio di Stato). L’iter dovrà tenere conto anche di alcuni attori, quali ad esempio lo stato di salute degli arrestati, che potrebbe entrare in gioco in alcuni casi per non concedere l’estradizione. Il tutto per un iter complessivo della durata stimata in due - tre anni.


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