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nonsolocontro2017

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  In mostra a 500 anni dalla sua morte

La grande modernità del genio artistico di un uomo fra i più grandi nella storia dell'umanità

Sono molte le cose che accomunano noi, uomini del XXI secolo, a Leonardo da Vinci, uomo del '500.

Più di quante se ne possano immaginare.

Anche in questo, egli fu straordinario per la sua epoca.

A noi perviene, tramite l'iconografia più nota, l'immagine di un personaggio statico e pensieroso, avvolto in un alone di mistero e di suprema inarrivabilità, una figura enigmatica e silente dai contorni imprecisati, confusi, quasi, da quello "sfumato" che caratterizzò la sua innovativa e rivoluzionaria cifra pittorica, perduto in un'epoca d'altri tempi, lontana nel tempo e nello spazio, persa fra strani e indecifrabili geroglifici graffiati sulla carta, ingiallita dai secoli, fra i suoi infiniti quaderni di appunti, studi, annotazioni, trattati e i suoi "codici", atlantiche, eclettiche e straripanti testimonianze del suo genio indiscusso.

Ma credo che, nell'immane grandezza della sua mente, quella è, forse, l'immagine, probabilmente, che lui stesso volle tramandare ai suoi posteri, incredibile "comunicatore", già allora, così definibile anche secondo i  canoni a noi (a volte tristemente) contemporanei, altra sua sorprendente qualità progenitrice.

Non era un uomo statico, anzi!

Non era nemmeno quella specie di "mago Merlino" che, a volte, l'immaginifico popolare identifica con il prototipo di un essere avulso dalle cose terrene, intangibile e diafano, eternamente migrante fra le lussuose e potenti corti di Principi e Monarchi che se lo contendevano, inebetiti dalla sua abbagliante magnificenza. .

Era un uomo come gli altri.

Aveva origini borghesi ed era, per giunta, figlio di una relazione extra-coniugale fra il Ser Piero, notaio in Vinci e poi a Firenze, e Caterina, una sua "collaboratrice domestica", diremmo oggi, che Leonardo amò e frequentò per tutta la vita, portandosela a casa, appena potè farlo, e mantenendola degnamente lui, sino alla fine dei suoi giorni, piangendola, poi, con amorevole e straziante dolore di figlio.

Si dovette confrontare, per buona parte della sua carriera di genio, con i problemi economici pressanti della quotidianità (commoventi le sue liste della spesa annotate a fianco di immortali considerazioni scientifiche).

Dovette combattere in questioni legali con un plotone di fratellastri ostili ed assatanati per il possesso dell'eredità paterna, finendo, fra l'altro, per perdere tutto o quasi.

Vagò, per tutta la vita, da Firenze a Milano, da Milano a Pavia, a Genova, a Mantova e a Venezia, poi, ancora, da Venezia a Firenze e, nuovamente, a Milano e da Milano a Roma (dove venne denunciato per stregoneria da certi tedeschi), per poi terminare la propria vita nel Maniero di Clos-Lucé, presso Amboise ospite a tempo indeterminato del Re di Francia Francesco I, che lo nominò "Premier Peintre, Architecte e Mecanicien du Roi" e lo amò come un fratello e seppe della sua scomparsa direttamente dal Melzi, "lasciandosi andare ad un pianto sconsolato".

Dovette, nella maggior parte degli anni della sua lunga vita, spacciarsi, presso le corti ove "prestò servizio" (presso gli Sforza, gli Este, i Borgia, i Medici e i Soderini), per Ingegnere specializzato in fortificazioni ed armi da guerra (quella guerra che lui stesso aborriva e deprecava come la peggiore delle espressioni umane), e così ottenere incarichi e denari che gli consentirono di vivere dignitosamente e di dedicarsi ai suoi veri ed urgenti interessi, siano stati artistici o scientifici.

Ed ecco la significativa analogia con la modernità a noi contemporanea: la considerazione che Leonardo aveva (e documentò tramite i suoi strepitosi capolavori) dell'arte e della pittura, là dove, ben lungi dal dedicarcisi a seguito degli, per l'epoca, abituali processi concepiti e coordinati severamente e pressantemente da una committenza ben precisa e determinata, i suoi interessi creativi ne erano, quasi sempre, totalmente e radicalmente slegati, dettati invece da un interesse, da una curiosità e da una travolgente passione assolutamente personali e caparbiamente unilaterali.

Si può persino affermare, così come lo si potrà fare più di 100 anni dopo con Rembrandt, più di 300 anni dopo, nella musica, con Beethoven, così come lo si può fare oggi, a 500 anni di distanza, che il vero soggetto dell'arte di Leonardo fù l'arte medesima, la pittura, studiata, frequentata, indagata, analizzata ed elaborata come rappresentazione della realtà (che può trascendere da essa e persino superarla andando oltre alla pura valenza imitativa), come emanazione visiva delle sue ricerche scientifiche e, non ultima, come raffigurazione soggettiva della propria cognizione del trascendente stesso, di quella sublimazione del mondo, oltre il visibile ed il tangibile, che ci suggerisce la magnificenza e la perfezione della natura o delle sue, a volte, feroci ed impietose regole inumane, tutte componenti dell'universo che stimolarono febbrilmente la sua curiosità e furono il motivo inarrestabile delle sue variegate indagini.

Leonardo, quindi, dipingeva quasi esclusivamente per se stesso.

Un'urgenza che, negli artisti (nei grandi artisti) si configurò, realmente, soltanto agli inizi del '900, con le grandi avanguardie dell'epoca, forse le ultime manifestazioni creative di una umanità (ancora) veramente libera.

Infine una piccola intuizione che mi ha sorpreso ed incantato.

Stavo osservando il famoso disegno sublime di fanciulla, quando notai  l'inconsueta sproporzione fra la grandezza del viso e le dimensioni della testa, dovute al fatto per cui la nuca, nel disegno, nelle proprie linee grafiche, è quasi invisibile e decisamente impercettibile alla vista.

Allora provai a pensare che, data l'indiscutibile maestria dell'autore, doveva esserci una ragione ben precisa ed iniziai a supporre che, trattandosi di uno schizzo finalizzato ad un'esecuzione pittorica, Leonardo avesse usato la matita (o la sanguigna, o la punta d'argento) non come strumento descrittivo e strutturale della rappresentazione, così come si faceva nel '500, ma come una sorta di "pennello di luce", con l'intento di annotarsi sulla carta un vero e proprio progetto pittorico: l'intenzione di dipingere, di quel viso spirituale, quel che si sarebbe visto di esso qualora, nel buio del suo Studio di Artista, quel viso fosse stato illuminato, dal basso,  soltanto da una candela appoggiata sul tavolo, davanti alla bellissima modella.

In quel modo sarebbe apparso un volto tenuamente emergente dalle tenebre, con i propri bordi, più lontani dalla luce,  evanescenti e quasi invisibili. Inoltre, se così fosse stato, voleva dire che l'Artista aveva anticipato un'intenzione che solo nei primi anni del '900, con l'Impressionismo, avrebbe usato il colore come rappresentazione della luce!

Così ho provato, tornato a casa, ad ottenere un negativo di quel disegno, rimanendo letteralmente sbalordito.

vinci15 NEGATIVO

Non solo avevo avuto ragione, ma l'atmosfera dalla quale emerge il viso della ragazza, che mi è apparsa con un sorriso degno (se non ancor più bello ed eloquente) della celebre Gioconda, mi ha raggiunto, dalla notte dei tempi, in tutta la sua poetica intimità, in tutto il silenzio di intensa meraviglia e di tenero innamoramento che dovette sicuramente pervadere quell'istante sublime, di oltre 500 anni fà, nel quale prese forma un'opera d'arte senza uguali, con la potenza e la forza evocativa di una magica e poderosa macchina del tempo.

LEONARDO DA VINCI

Disegnare il Futuro

Torino, Musei Reali, 16 aprile - 14 luglio 2019


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