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libro veltroni

 

 Presentato alla Festa dell'Unità di Torino

Nell'anniversario della morte dello storico segretario del PC
 
Chiara Mingrone

A trentacinque anni dalla sua morte Walter Veltroni presenta il suo nuovo libro sul segretario del PCI.

Tendone gremito di gente mercoledì 11 settembre alla Festa dell’Unità, in corso Grosseto, per la presentazione del nuovo libro di Walter Veltroni: "La sfida interrotta, le idee di Enrico Berlinguer".

Nell’anniversario della morte dello storico segretario del PCI Veltroni ripercorre mediante il commento di lettere, appunti privati, stralci della sua vita politica ed intellettuale ed interventi di militanti e personalità a lui vicine – due in particolare presenti allo stesso evento: Diego Novelli, ex sindaco di Torino, e l’Arcivescovo di Ivrea Monsignor Luigi Bettazzi.

In particolare l’incontro si è focalizzato sulla corrispondenza epistolare tra lo stesso Berlinguer e Monsignor Bettazzi, il quale aveva conosciuto il segretario durante alcune proteste operaie nel capoluogo canavesano; tra i due era nata un breve scambio di scritti che Veltroni cerca di ricostruire.

L’ex segretario DEM sottolinea l’eccezionalità di questi lettere tra un uomo votato alla religione e il rappresentante dell’ateismo più radicale.

libro Veltroni

«Berlinguer è stato un’uomo che ha sempre cercato di costruire ponti» precisa lo scrittore ed è questa la chiave interpretativa che bisogna usare per comprendere la storia di quest’uomo. Della medesima opinione è anche il Monsignor che a proposito ricorda che « lui, come in generale il partito comunista italiano, non era né ateo né anti teologici ma semplicemente laico. Questo è dimostrato anche dal fatto che quando era in Sardegna portava moglie e figliole e messa e poi le andava a riprendere».

Questo piccolo aneddoto della sua biografia dimostra come dietro ci fosse un chiaro intento politico che può essere letto in su due diversi livelli. Il primo sottolinea come Berlinguer fosse un grande conoscitore della cultura e della società del proprio paese, ove non poteva pensare di imporre un ateismo di stato come era stato fatto in Russia e dall’altra c’era una volontà, forse ispirata dalla spinta riformista lanciata da Nikita Chruščëv, di allontanarsi dalla teoria marxista eterodossa per tornare ad un più autentico movimento marxiano che lo porta, per questo, a rinunciare ai finanziamenti dell’URSS e ammettere pubblicamente che fosse più vantaggioso stare all’interno della NATO e del patto di Varsavia.

Berlinguer si è  imposto di riformare il suo partito partendo dall’arma più potente che un uomo di stato ha: la parola.

Questo perché, sottolinea Veltroni: 

"le parole sanno accendere gli animi e possono cambiare il mondo portando la pace e non la guerra come invece fanno le urla".

Il riferimento è qui direttamente lanciato contro i toni dell’odierna politica nazionale e non solo che

«invece di nutrire anima e cuore avvelena il fegato, fomentando la rabbia».

Continua Veltroni raccontando di come, durante l’ultimo intervento di Berlinguer a Padova, anche se in preda ad un Ictus abbia comunque finito il discorso sorridendo al suo pubblico «riguardando quel filmato» dice lo scrittore

«ho visto sul suo viso il sorriso di un artigiano che ha finito di realizzare la sua opera»

ed in effetti era così; aveva preso il comando di un partito che nel Settantadue era al 25% portandolo due anni dopo al 32%, riuscendo ad andare oltre quella stigmatica definizione di comunismo, trasformandola da ideologia di scontro a terreno di dialogo tra l’est e l’ovest.

Tutti del mondo laico o credente, compagni di partito o avversari, hanno sofferto per la sua perdita. Sandro Pertini si prodigò per riportarlo a Roma «come fosse mio figlio», Almirante, segretario dell’MSI, si presentò alla storica sede di Via delle Botteghe oscure per porgere le proprie condoglianze.

L’italia in quel giorno, per la prima e ultima volta nella sua storia, si è fermata per rendere omaggio a quell’uomo che Enzo Biagi, che era tutto tranne che pro-comunista, definì

“una brava persona”.


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