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Un angolo di città in cui le pareti "prendono vita"

Borgo Campidoglio ospita dal 1995 il Museo di Arte Urbana

Federica Carla Crovella

A Torino, poco fuori dal centro della città, tra via Fabrizi, corso Tassoni, corso Svizzera e via Cibrario, c’è Borgo Campidoglio.  E' un quartiere operaio, sorto a fine ’800 in cui ancora oggi è forte la presenza di attività artigianali, commerciali, artistiche, sociali e d’intrattenimento, che fanno di questa zona una sorta di “paese nella città”.  Le vie strette che rasentano le case basse, dotate di ampi cortili in cui sorgono molte aree verdi, danno al Borgo una forma a reticolo e “accompagnano” fuori dal caos del centro. Sembra di entrare in una bolla, come in un’altra dimensione, quasi fatata. Se si alzano gli occhi da terra, infatti, si nota che a farla da padrone è l’arte.

Negli anni ’90 del 1900 qui nasceva il Museo d’Arte Urbana di Torino: in Italia è il primo progetto in fase di concreta realizzazione che vuole dar vita ad un insediamento artistico permanente a cielo aperto, collocato all’interno di un grande centro metropolitano.

Ma facciamo un passo indietro: era il 1991 quando partiva la rivalutazione delle peculiarità sociali, urbanistiche ed architettoniche del Borgo e, in quest’ottica, nella primavera del 1995 si decideva di estendere la sfera di intervento all’arte, in particolare con opere condivise e permanenti sulle pareti di abitazioni e negozi tra via Nicola Fabrizi e corso Svizzera. Fino ad oggi si sono realizzate 172 opere murali che hanno coinvolto 104 artisti; le opere sono tutte a tema libero e non seguono un particolare filo conduttore, ma spesso affrontano temi di carattere sociale, anche se non esclusivamente. Il simbolo del museo d’Arte Urbana è il murale che si può osservare in via Musinè 25 lato parete su Corso Svizzera, realizzata da Mercurio Salvatore Lo Grasso, intitolata Canto Metropolitano. L’opera raffigura un fitto tappeto di foglie che lascia intravedere una figura umana, di cui viene celato il viso; questo murale è uno dei primi realizzati nel 1995, simbolo del museo per la sua indubbia qualità. 

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Non meno importante è l’opera realizzata da Sergio Ragalzi nel 2002, intitolata “Mosche”, che esorta l’umanità a stare attenta, perché l’estinzione potrebbe portare ad una supremazia degli insetti. Foto 2

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Altri murales che portano un messaggio di tipo sociale sono ad esempio quello di Mono Carrasco, dal titolo Un altro mondo possibile, contro il razzismo  (via Rocciamelone, fronte numero 16) e quello contro il femminicidio, Madonna di Kobane, realizzato da Diego Testolin sulla parete dell’oratorio della Chiesa di Sant’Alfonso (via Netro 3). Foto 4

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Non mancano opere che si appoggiano alla tecnologia; sono cinque quelle che si possono osservare in arte aumentata attraverso l’apposita app scaricabile sul telefono; ad esempio, in via Musinè 23 si trova Apnea di Angelo Barile, che raffigura una donna con la testa immersa nell’acqua e dei pesci che le nuotano attorno che, se osservati attraverso lo schermo del cellulare, improvvisamente prendono vita. Foto 5

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Questi sono solo alcuni esempi di ciò che il visitatore può ammirare in Borgo Campidoglio; ciascuna delle opere del MAU merita di essere osservata da vicino.

Nel 2000 il MAU si costituisce in autonoma Associazione e nel 2001 viene inserito nella “Carta Musei” della Regione Piemonte, affermando così definitivamente il proprio ruolo e la propria identità dentro e fuori dai confini nazionali; nel 2008 l’artista e grafico Vito Navolio propone al MAU la realizzazione delle “Panchine d’Autore”, ispirate a protagonisti dell’arte del Novecento; il progetto partiva da Piazza Moncenisio e nel corso degli anni si è esteso a diversi altri angoli della zona.

Nonostante “il cuore” del progetto sia appunto Borgo Campidoglio, dal 2014 l’arte pubblica del MAU ha varcato i confini di questa zona ed è arrivata con circa altre 60 opere in zone come Falchera, Mirafiori Sud, Vallette, Borgo Vittoria, Vanchiglia, Piazza Emanuele Filiberto, Nichelino.

Sin dai primi anni il MAU lavora in collaborazione con la sede torinese della ditta Oikos. Colore e materia per l’architettura, che fornisce vernici ecosostenibili per la realizzazione delle opere, con un occhio di riguardo anche all’ambiente. I colori vengono forniti dal Colorificio Cavallo di via Monginevro 24 e un supporto importante, per il rifacimento intonaci, è dato da Tecnica srl di Fabio Boine.  

In tutti questi anni sono state tante le opere murali realizzate, così come le collaborazioni avviate con diversi enti e varie istituzioni della città di Torino; a titolo d’esempio ricordiamo l’Associazione Commercianti ed Artigiani di via Luini, il Museo Diffuso della Resistenza, l’Accademia Albertina, le Case di Quartiere di Torino e, non meno importanti, diverse scuole con cui si sono realizzati laboratori didattici. Non è possibile menzionare tutti gli enti che hanno collaborato e ancora lavorano con il MAU, così come tutti i progetti cui ha preso parte; questo sta a significare che attorno al Museo d’Arte Urbana di Torino gravitano tante persone che vogliono fare dell’arte qualcosa che può, letteralmente, uscire allo scoperto e parlare ai cittadini.

Camminare tra le vie del Borgo con il naso all’insù, assaporando la magia che filtra dalle pareti colorate, è un’esperienza che fa tornare un po’ bambini, nonostante il freddo del mese di gennaio. Abbiamo avuto la possibilità di osservare tutto questo da vicino grazie a Edoardo Di Mauro, oggi Direttore del MAU che porta avanti un importante impegno nell’arte pubblica, docente e direttore dell’Accademia Albertina, in passato condirettore della GAM di Torino e dei Musei Civici torinesi.

Proponiamo l’intervista itinerante che ha rilasciato per noi accompagnandoci tra le vie del Borgo per una visita guidata del Museo.

Quali sono le finalità di questo progetto artistico “a cielo aperto”?

Premetto che in una fase storica di globalizzazione anche culturale come la nostra la dimensione pubblica fa riscoprire all’arte la sua vocazione didattica ed etica.  Alla luce di questo il nostro progetto, come più in generale l’arte pubblica, si propone di portare il linguaggio del contemporaneo fuori dai contesti di gallerie e musei, che pure sono importantissimi, per mettere le persone in contatto e a confronto con l’arte contemporanea. Inoltre, rendere più belle artisticamente certe zone della città determina anche un implemento di visitatori e turisti e quindi anche delle possibilità economiche del luogo; la cultura e l’arte sono grandissime risorse che possono generare benessere. Poi, fin dall’inizio, un altro obiettivo del Museo è coinvolgere artisti giovani, accostando il loro lavoro a quello di personalità già affermate; indubbiamente questo ha favorito un percorso di crescita, anche in chiave didattica.

Potremmo dire che a Torino, così come esiste un percorso barocco e un percorso liberty, ci sia anche un itinerario dedicato all’arte pubblica?

Sì, sicuramente questo è uno dei percorsi più importanti di arte pubblica, soprattutto per come è strutturato. Ultimamente sono tanti i percorsi di arte pubblica a Torino, che però sono spesso sparsi in giro per la città; il MAU è l’unico caso in Italia in cui un numero così ampio di opere si concentra in uno stesso luogo; questa è la nostra forza e la nostra unicità.

Nel 2000 il Museo è diventato un’autonoma Associazione e dal 2001 è stato inserito nella “Carta Musei” della Regione Piemonte. Che cosa hanno comportato queste due tappe per il vostro lavoro?

In quel periodo è cominciato un percorso di implementazione del nostro patrimonio museale, che ha determinato anche un ampliamento dell’attività e ci ha dato una maggiore riconoscibilità; oggi infatti siamo conosciuti non solo a livello nazionale, ma anche all’estero.

Perché avete scelto soprattutto pareti di edifici privati per la realizzazione delle opere? Che ruolo hanno avuto i cittadini in questo?

Circa il 90 % delle 177 opere del MAU sono installate su edifici privati; questo ha comportato una condivisione coi cittadini che fa del Museo un esempio unico di didattica allargata sull’arte contemporanea. Il ruolo dei cittadini è stato essenzialmente un ruolo di accettazione del progetto, che però è un fattore fondamentale, perché determina una comprensione dell’arte contemporanea che si è cristallizzata in positivo sempre più; prima eravamo noi a chiedere la disponibilità delle pareti, ora sono i cittadini che ci cercano, quindi c’è una disponibilità sempre maggiore nei confronti del progetto. È necessario che, come nel nostro caso, questo genere di iniziative sia frutto di una condivisione, perché se si impongono interventi di arte contemporanea dall’alto, senza confronto e dialogo coi residenti, si rischia di determinare dei comprensibili fenomeni di rigetto; al contrario, se ci sono dialogo, confronto e partecipazione c’è crescita culturale e intellettuale per le persone.

Perché avete scelto proprio questa zona come fulcro del vostro progetto?

Questo nasce come quartiere operaio e resta tale anche nella prima metà del ‘900; poi negli anni ‘90 l’obiettivo era portare avanti la riqualificazione della zona non solo dal punto architettonico e urbanistico, ma difendendo anche le attività tradizionali legate a commercio e artigianato e rinsaldando il senso di coesione tra cittadini che rende questo quartiere un paese nella città. Dunque, nel 1995, in quest’ottica di riqualificazione, alcuni residenti si mostrano disponibili a far realizzare delle opere d’arte permanenti sulle pareti delle loro abitazioni; ecco che nasce il MAU.

Così oggi i visitatori si ritrovano in una sorta di gigantesca opera d’arte all’aperto e possono, al contempo, scoprire le particolarità architettoniche di un quartiere particolare, che presenta attività interessanti legate all’arte e all’architettura locali, esercizi commerciali e artigianali e molto altro.

Crede che l’arte di strada A Torino abbia modo di svilupparsi ulteriormente o abbia già espresso tutto il proprio potenziale? Se sì, in quali direzioni potrebbe ancora andare?

Sì, sicuramente la possibilità c’è. Una direzione è quella dell’implementazione e della conservazione del patrimonio museale, perché l’arte pubblica si è dimostrata una nuova narrazione artistica vincente; un’altra via è un rapporto più concreto con le istituzioni pubbliche.

Quindi non resta che lasciarsi “catturare” da questo angolo di città un po’ nascosto e approfittare delle viste guidate (e dei laboratori didattici) che il MAU organizza anche su richiesta; la sede è a Torino in via Rocciamelone 7 c. Ulteriori dettagli sono reperibili sul sito www.museoarteurbana.it;  per informazioni scrivere a info@museoarteurbana.


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