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 Così Gozzano ha celebrato Torino

Fingere la lontananza per fare un atto d’amore

Federica Carla Crovella

Per la Giornata Mondiale della Poesia proponiamo un componimento di Guido Gozzano dedicato alla città di Torino. Il poeta nasce nel 1883 nel capoluogo piemontese, per cui provò sempre un profondo amore, e lì muore nel 1916. È stato uno dei massimi esponenti del crepuscolarismo.

La poesia fa parte della seconda raccolta dell’autore, intitolata “I Colloqui”.

Sembra quasi che le parole traccino i contorni della città, come un dipinto, una stampa, o meglio ancora una cartolina. Infatti, in questi versi sembra che Gozzano sia lontano da Torino e che ripensi a luoghi, persone e situazioni vissute.

Solo studiando la vita dell’autore sappiamo che in questo caso la lontananza è finzione, ma la usa come espediente letterario per scrivere della sua città, per dedicarle un atto d’amore; cerca di distanziarsi dal luogo in cui è e finge di mettere i ricordi su carta, operazione che riesce bene, dato che non si può non sentire un po’ di nostalgia nelle sue parole.

Tra il serio e lo scherzoso celebra la città «un po’ vecchiotta, provinciale, fresca
tuttavia d’un tal garbo parigino» in cui è nato e cresciuto, evoca alcuni angoli tipici e inserisce ironicamente il suo caro dialetto piemontese; perché per Gozzano l’ironia resta il mezzo per distanziarsi dalla propria contemporaneità, dalla realtà, in particolare alla società borghese.

 

                        Torino

  1. I.
    Quante volte tra i fiori, in terre gaie,                                                                                    foto Gozzano

  2. sul mare, tra il cordame dei velieri,
    sognavo le tue nevi, i tigli neri,
    le dritte vie corrusche di rotaie,
    l’arguta grazia delle tue crestaie,
    o città favorevole ai piaceri!

E quante volte già, nelle mie notti
d’esilio, resupino a cielo aperto,
sognavo sere torinesi, certo
ambiente caro a me, certi salotti
beoti assai, pettegoli, bigotti
come ai tempi del buon Re Carlo Alberto…

“…se ‘l Cônt ai ciapa ai rangia për le rime…”
“Ch’a staga ciutô…” – “‘L caso a l’è stupendô!…”
“E la Duse ci piace?” – “Oh! mi m’antendô
pà vaire… I negô pà, sarà sublime,
ma mi a teatrô i vad për divertime…”
“Ch’a staga ciutô!… A jntra ‘l Reverendô!…”

S’avanza un barnabita, lentamente…
stringe la mano alla Contessa amica
siede con gesto di chi benedica…
Ed il poeta, tacito ed assente,
si gode quell’accolita di gente
ch’à la tristezza d’una stampa antica…

Non soffre. Ama quel mondo senza raggio
di bellezza, ove cosa di trastullo
è l’Arte. Ama quei modi e quel linguaggio
e quell’ambiente sconsolato e brullo.
Non soffre. Pensa Giacomo fanciullo
e la “siepe” e il “natìo borgo selvaggio”.

  1. II.
    Come una stampa antica bavarese
    vedo al tramonto il cielo subalpino…
    Da Palazzo Madama al Valentino
    ardono l’Alpi tra le nubi accese…
    È questa l’ora antica torinese,
    è questa l’ora vera di Torino…

L’ora ch’io dissi del Risorgimento,
l’ora in cui penso a Massimo d’Azeglio
adolescente, a I miei ricordi, e sento
d’essere nato troppo tardi… Meglio
vivere al tempo sacro del risveglio,
che al tempo nostro mite e sonnolento!

III.
Un po’ vecchiotta, provinciale, fresca
tuttavia d’un tal garbo parigino,
in te ritrovo me stesso bambino,
ritrovo la mia grazia fanciullesca
e mi sei cara come la fantesca
che m’ha veduto nascere, o Torino!

Tu m’hai veduto nascere, indulgesti
ai sogni del fanciullo trasognato:
tutto me stesso, tutto il mio passato,
i miei ricordi più teneri e mesti
dormono in te, sepolti come vesti
sepolte in un armadio canforato.

L’infanzia remotissima… la scuola…
la pubertà… la giovinezza accesa…
i pochi amori pallidi… l’attesa
delusa… il tedio che non ha parola…
la Morte e la mia Musa con sé sola,
sdegnosa, taciturna ed incompresa.

  1. IV.
    Ch’io perseguendo mie chimere vane
    pur t’abbandoni e cerchi altro soggiorno,
    ch’io pellegrini verso il Mezzogiorno
    a belle terre tiepide e lontane,
    la metà di me stesso in te rimane
    e mi ritrovo ad ogni mio ritorno.

A te ritorno quando si rabbuia
il cuor deluso da mondani fasti.
Tu mi consoli, tu che mi foggiasti
quest’anima borghese e chiara e buia
dove ride e singhiozza il tuo Gianduia
che teme gli orizzonti troppo vasti…

Evviva i bôgianen… Sì, dici bene,
o mio savio Gianduia ridarello!
Buona è la vita senza foga, bello
godere di cose piccole e serene…
A l’è questiôn d’ nen piessla… Dici bene
o mio savio Gianduia ridarello! …

                                                                                             


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