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Ha raccontato il nostro tempo

Sosteneva che la televisione avrebbe cambiato in meglio il mondo

Mariaelena Spezzano

Sergio Zavoli è stato e rimarrà testimone del Novecento, maestro di giornalismo e di televisione, oltre che gran promotore e simbolo del servizio pubblico televisivo, che considerava principio guida per parole e azioni in cui ha sempre riposto fiducia e passione. La caratteristica che più lo distingueva era la capacità di anticipare e innovare.

La città che gli diede i natali nel 1923 è stata Ravenna, ma fu a Rimini che trascorse il periodo della giovinezza, gli orrori della guerra, e maturò l’amicizia con Federico Fellini, accanto al quale aveva chiesto di essere sepolto.

Le vicende di questi anni accrebbero in lui il bisogno di raccontare il nostro tempo che, come soleva affermare, «spesso non ci piace».

zavoli fellini

Dopo la guerra, fece il suo ingresso in Rai come giornalista, che lui stesso definisce come «la ricerca di una cultura che si doveva formare perché non c’era», diventandone il presidente nel 1980. «La rai non è stato mai uno stabilimento», sottolineava, bensì è nata dal «bisogno di aiutare chi aveva più bisogno di comunicazione».

Esordì prima in radio e poi in televisione, lasciando un segno indelebile con l’originalità e la novità riposte nella trasmissione sportiva “Il processo alla tappa”.

La direzione del quotidiano “Il Mattino” negli anni Novanta, l’approccio all’ideologia socialista e il conseguente avvicinamento in politica sono solo alcuni dei numerosi eventi della storia del XX secolo associati alla sua figura, insieme alle sue opere, tra cui libri di storia, saggi, romanzi, inchieste esemplari e programmi, tra cui “Nascita di una dittatura”, “Viaggio intorno all’uomo”, “Credere o non credere”.

Alcuni colleghi ed amici ricordano che «nel corso del Novecento lui ha intervistato tutti i grandi protagonisti di quell’epoca». «Quando fece “Nascita di una dittatura” all’inizio degli anni Settanta», per esempio, «volle andare a cercare tutti i fascisti e gli antifascisti ancora in vita di quell’ottobre del 1922, quando con la Marcia su Roma era andato al potere Benito Mussolini». Così, «anche lui rimane vivo dentro i suoi filmati».

Il contributo fondamentale alla storia della televisione italiana e alla storia d’Italia deriva anche dal suo modo di lavorare: «Il suo segreto era quello di fare domande ma soprattutto di ascoltare le risposte per capire se aveva ottenuto soddisfazione a quello che voleva sapere».

sergio zavoli giro

L’importanza della parola e del giornalismo erano gli ingredienti del suo insegnamento rivoluzionario, con cui ha raccontato l’Italia della morte della Repubblica, l’Italia della stagione del terrorismo  e l’Italia appassionata del ciclismo.

«Zavoli ha inventato un nuovo modo di raccontare con le parole e con le immagini», sostiene Vincenzo Mollica, «che ancora oggi sono base, sostanza, sentimento e scuola per tutti noi».

Col suo intervento, Piero Angela lo descrive come «collega curioso ed appassionato», insieme al quale «facevamo parte di un gruppo di giornalisti agli inizi degli anni Cinquanta che cominciarono a fare la radio perché la televisione non esisteva. Lui si dedicò al giornalismo di inchiesta».  

«Era il Manzoni del ciclismo», dice Walter Veltroni, perché «con poche battute definisce il personaggio». Con questa sua capacità di scavare nell’animo delle persone portò il ciclismo ad una dignità letteraria, ma rese anche Zavoli stesso un personaggio leggendario.

«Lo stimolo più nutriente del mio modo di esprimermi e di vivere mi sembra che sia proprio questo» dichiarava, «tendere l’orecchio e il cuore a qualcosa che è quasi dimenticato».


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