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 Il libro del giornalista Davide Aimonetto 

Ripercorre attraverso migliaia di articoli de La Voce del Popolo un pezzo di storia italiana

Mariaelena Spezzano

«Non è un romanzo, ma non si perde neanche in date e cifre. E’ un lavoro di ricerca specifico, contraddistinto da una consistenza quantitativa e qualitativa che vive a prescindere dalle ragioni che lo hanno originato». E' stato introdotto così il libro "La voce del Popolo" del giornalista, docente e autore Davide Aimonetto, presentato giovedì a Caselle.

In dialogo con l'autore lo storico, docente universitario Claudio Vercelli. Una serata dal sapore prettamente culturale, voluta dalla Pro Loco e dall'Unitre nell'ambito del "Settembre Casellese".

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Un'esposizione avvincente e ricca di spunti di riflessione durante la quale Aimonetto e Vercelli hanno guidato il pubblico in un pezzo di storia italiana,  un periodo - dal 1948  al 1968 - che ha visto l'Italia mutare  da rurale a Paese moderno e industrializzato. Un periodo caratterizzato da profonde trasformazioni sociali. Proprio in quel contesto si inserisce “La Voce del Popolo” il settimanale diocesano, attivo ancor oggi, che fin dall'inizio ha improntato la sua attività giornalistica non solo sulle vicende delle parocchie della Diocesi, ma sulla cronaca di una Torino che stava rinascendo dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale per diventare  capitale del nuovo. Perchè proprio a Torino stavano emergendo idee brillanti che sarebbero poi state riconosciute anche a livello internazionale. Ma anche una Torino, negli anni '50 contraddistinta da un notevole  flusso migratorio dal sud del Paese e da una classe operaia sempre più numerosa e bisognosa di attenzioni. 

Aimonetto nel suo lavoro ha ripercorso quel ventennio, catalogando e lavorando su migliaia di articoli da cui sono emerse tutte le contraddizioni di una città, destinata a diventare tra le più importanti sullla scena nazionale.

L’importanza del settimanale diocesano è stata proprio quella, come emerge chiaramente dalle pagine del libro, di saper entrare capillarmente nelle case delle famiglie di Torino e provincia. Famiglie mediamente alfabetizzate, provenienti per lo più dal mondo rurale, diventandone punto di riferimento, riuscendo.a restituire l’immagine di una trasformazione sociale, culturale, geografica, urbanistica e delle relazioni interpersonali. Un ventennio che si è dipanato sullo sfondo del processo di inurbamento delle masse e delle classi lavoratrici, del passaggio da una società rurale ad una società industriale e dei flussi migratori prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale.

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Da questo complesso contesto emergono il ruolo della pedagogia civile che il periodico diocesano ha saputo assumere in maniera preponderante e il tema del processo di alfabetizzazione degli italiani, figli di una guerra devastante, arrivati dal ventennio fascista, testimoni di un’epoca di timida ricostruzione economica e sociale dell’Italia in macerie.

Al centro di questo contesto si pongono il ruolo assistenziale e di controllo nei confronti di profughi, sfollati e prigionieri di guerra da parte della Chiesa e il suo distacco dalle decisioni del regime, in rapporto alla necessità di collocare gli italiani stessi nell’ottica di una sfida gigantesca come la democrazia.

La ricerca si conclude col 1968, una data caratterizzante per la contestazione che a Torino ha avuto l’epicentro. Un anno di grandi cambiamenti che influenzeranno anche i decenni successivi.

Tuttavia, il libro va oltre questo ventennio attraverso una riflessione sui rapporti tra il mondo cattolico e le trasformazioni sociali e culturali dentro e fuori i luoghi di culto e di lavoro. Sfogliandone le pagine, emerge l’evoluzione del periodico dalla nascita nel 1876 come cronaca di una società rurale caratterizzata da una visione plurisecolare della Chiesa, ad una versione diversa  all’indomani della Seconda Guerra Mondiale:  un organo di formazione culturale, una presenza attenta e capillare pronta a cogliere anche la minima sfumatura degli avvenimenti.

Spostandosi su un'immaginaria linea del tempo, Aimonetto e Vercelli hanno evidenziato i rapporti tra la Diocesi e la Torino capitale automobilistica, la Torino del "magistero FIAT", della classe operaia, del comunismo e del suo rapporto col fascismo, citando le figure del democristiano, Amedeo Peyron, di Vittorio Valletta e di don Franco Peradotto, personalità di rilievo, capaci di portare valore aggiunto alla società. Una Torino in cui emerge con forza il concetto di “sabaudità”, ma anche le problematiche per l'esplosione demografica e la mancanza di servizi. Dalle colonne del giornale emerge anche una forte identità europeista che dipinge il capoluogo subalpino come la  «Torino del centro sinistra e la figura di Fossati,e Italia 61. Una Torino e un Piemonte proiettati verso il futuro e verso il migliore dei mondi», ma che, spiega Aimonetto, si rivelerà «un modello che non attecchirà con l’arrivo della crisi economica degli anni Settanta».

Vercelli poi ha cocluso con «una riflessione sulla crisi irreversibile della politica che è il governo delle comunità, rapporto della cui esistenza i soggetti rappresentati in questo libro hanno la consapevolezza».


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