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foto ragazzo in Dad 1


 La ricerca Ires sul benessere scolastico

Dal Salone del libro di Torino arrivano dati, riflessioni e proposte

Federica Carla Crovella

Nessuno mi chiedeva cosa pensavo io. È il titolo del confronto avvenuto al Salone del Libro sugli esiti della ricerca Ires (Istituto di Ricerche Socio-Economiche) sul benessere scolastico.

Il Settore Orientamento della Regione Piemonte ha condotto un'analisi quantitativa e qualitativa sulla situazione in regione, sui mesi passati ma anche in prospettiva futura, per raccogliere dati e ragionare su una scuola diversa, più attenta a supportare chi sta sui banchi. L’incontro ha cercato di spiegare anche come possono muoversi le Istituzioni per promuovere il benessere scolastico.

Il lavoro è stato presentato da Luisa Donato, ricercatrice presso Ires Piemonte, che si occupa di orientamento, analisi transizione scuola lavoro e valutazione degli apprendimenti.

Luisa Donato Ires Luisa Donato - Ires Piemonte

Ecco i dati

Chi sono gli studenti che hanno partecipato alla ricerca? La scuola secondaria di secondo grado, in particolare il primo biennio delle superiori. Probabilmente, la scelta è ricaduta su queste classi perché più toccate dall’insegnamento a distanza, ma gli esiti sono preziosi per ogni ordine e grado.

Hanno partecipato 8271 giovani piemontesi; ovvero l’11,3% di popolazione in target. Nel complesso, più ragazze che ragazzi, più del secondo anno che del primo. Il 51% delle persone arriva dai licei, con una prevalenza di ragazze, il 27,8 dai tecnici, con una prevalenza di ragazzi, il 20,8 % dai professionali, con equa distribuzione di genere. 

Quali i dispositivi e gli strumenti più usati durante la Dad? Smartphone e pc portatili, per la maggior parte di proprietà delle famiglie. Si registra poi un 5% di studenti e studentesse che ha usato dispositivi messi a disposizione dalla scuola. Questo lascia spazio a riflessioni sulle differenze sociali che la pandemia ha fatto emergere: come colmarle? Nel corso dei mesi ci sono state anche scuole che non hanno potuto sostenere materialmente allievi/e meno abbienti e questo ha accentuato ancora di più difficoltà e differenze. Come sostenere quelle famiglie che non possono permettersi dispositivi di cui oggi difficilmente si può fare a meno?

Gli strumenti più usati sono state le video-conferenze, attraverso Zoom o Google Meet, seguite da piattaforme didattiche, messaggistica istantanea, lezioni asincrone in video o audio.

È stato anche chiesto a studenti e studentesse dove avessero la possibilità studiare in casa, perché la riorganizzazione degli spazi abitativi in parte ha coinvolto anche loro. Il 69,7%, fortunatamente la maggioranza, ha dichiarato di aver avuto una propria stanza per studiare; il 20% l’ha dovuta condividere con altri membri della famiglia; il 10% non ne ha una a disposizione per studiare. In futuro, che cosa si potrebbe fare per agevolare quel 10% in grande difficoltà? Come farsi trovare più pronti ad aiutare le famiglie?

Ecco che cosa hanno riferito sull’uso della webcam durante le lezioni. Su 8631 persone, 4580 hanno dichiarato di aver tenuto la videocamera spenta, quindi, più della metà, senza alcuna differenza di genere. Tra queste persone, la maggioranza era iscritta a un tecnico o un professionale; mentre chi ha tenuto di più la webcam accesa (45,2%) è iscritto/a al liceo. Forse per la necessità di seguire materie più teoriche e meno pratiche.

Dalla ricerca emerge anche che il giudizio più positivo sulla Dad l’hanno dato gli Istituti Professionali: forse perché abituati a usare supporti tecnologici informatici e lavorare in attività laboratoriali? Questo dato, però, stride un po’ con il fatto che fossero soprattutto loro a tenere la webcam spenta. Perché? C’è da chiedersi quanto siano stati responsabilizzati/e studenti e studentesse o come siano state gestite le lezioni in Dad?

Sull’uso della webcam, c’è un altro spetto da valutare: la contaminazione dei luoghi e, talvolta, la mancanza di spazi adibiti solo allo studio. A questo proposito, ha fatto notare Elena Cappai, Ufficio scolastico regionale, «è da considerare anche l’impatto personale della telecamera accesa o spenta in casa».

Mediamente, poco più della metà delle persone intervistate (52,4%) è stato abbastanza soddisfatto.  Il 28,5% di chi frequenta il liceo è stato poco soddisfatto della Dad. In generale, per il 41,8 % dovrebbe essere usata solo per esigenze particolari, per il 33 % solo in condizioni di emergenza e il 25% invece la vedrebbe integrata con la didattica in presenza anche in condizioni di normalità.  Chi è più favorevole all’integrazione delle due forme d’insegnamento è iscritto ai tecnici, seguiti poi dai professionali, ultimi i licei. Forse questo è dovuto anche al fattore “tempo trascorso al pc”. Infatti, oltre a quello delle lezioni “in classe virtuale”, il 35,2% ha usato dispositivi elettronici per più di due ore per attività di studio. Salgono le percentuali, e quindi la fatica, nei licei, dove il 37,1% è rimasto per più di 3 ore davanti al computer per studio.

La durata delle ore di lezione online è stata di 45 minuti (36,5%). Nei professionali sono state più frequenti ore da 40 minuti e nei licei da 55 minuti. Nella maggioranza dei casi non ci sono state grandi differenze rispetto alla durata delle lezioni frontali. Il 97,7% di studenti e studentesse, indipendentemente dall’indirizzo di studio, è rimasto connesso per le lezioni a distanza per più di 4 ore al giorno. Mediamente, la partecipazione costante alle lezioni online ha registrato risultati elevati: il 77% degli/delle intervistati/e ha presenziato a tutte le lezioni. C’è da chiedersi, però, alla luce dei dati precedenti, quanto di quel 77% abbia avuto una partecipazione effettivamente attiva.

Non sono mancate le difficoltà e questo è emerso in molte occasioni. Quali le cause principali? Più di frequente il motivo era un collegamento a internet lento o inefficace (63%), a seguire ci sono stati problemi di comunicazione efficace tramite piattaforma per problemi tecnici (52%). Subito dopo c’è chi ha riscontrato difficoltà maggiori che in presenza nella gestione del tempo da dedicare allo studio e ai compiti (47%) e, ancora, c’è chi ha avuto difficoltà ad usare programmi e piattaforme (19%) o ha dovuto condividere i dispositivi con altri membri della famiglia (16%).

Tra gli adulti e i coetanei, quali i punti di riferimento più frequenti durante la Dad? Il 67% delle persone coinvolte ha cercato e trovato supporto nelle madri, e questo la dice lunga sul carico che è ricaduto sulle donne durante questi anni di pandemia. Il 56% ha scelto di chiedere aiuto a padri o docenti. Si rileva che solo studenti e studentesse dei professionali hanno scelto più di frequente docenti rispetto alle madri. Per il 55 % il supporto più costante sono stati/e compagini e compagne di classe, per il 49% amici o amiche esterni/e alla scuola e per il 37% fratelli o sorelle.

Come hanno definito la Dad in una sola parola? Quella più scelta è stata noia

noia slide

A dire degli/delle intervistati/e è stata anche pesante e difficile, ma accanto a questi attributi negativi è emersa anche l’utilità di questo mezzo, indipendentemente dagli indirizzi di studio; segnale positivo, che conferma come la Dad abbia permesso di accompagnare nella formazione ragazzi e ragazze. Gli attributi pensante e difficile sono condivisibili e comprensibili, indipendentemente dalla buona volontà di chi sta davanti o dietro la cattedra. Che dire della “noia”? Probabilmente, la scelta della parola è motivata dalla mancanza di contatto umano e vicinanza con il resto della classe, in particolare con compagni e compagne, ma forse anche dalla gestione, inevitabile, delle lezioni in modo meno coinvolgente.

Ecco i pensieri e i desideri più frequenti di chi ha partecipato alla ricerca: più interazione tra pari e con il corpo docente, che in alcuni casi pare non abbia colto in tutto e per tutto le difficoltà di allievi e allieve; regole più chiare e definite nella gestione delle lezioni; una miglior organizzazione degli spostamenti; una minor esposizione davanti a dispositivi digitali in termini di tempo.

Tra riflessioni e proposte

«Se fossimo arrivati prima a capire che la Dad sarebbe potuta diventare un’opportunità anche per mantenere il contatto umano con i ragazzi, forse avremmo contrastato meglio la dispersione scolastica», ha detto Sandro Marenco, docente del liceo scientifico Galilei di Alessandria

Sandro Marenco Sandro Marenco

Il professore però non è rimasto fermo: ha notato come l’hashtag più usato sui social da ragazzi e ragazze fosse “la scuola tossica” e da lì ha capito che era necessario intervenire. Così, sui social ha proposto la pausa didattica nazionale: un’ora dedicata all’ascolto di studenti e studentesse proprio sui social, lasciando loro spazio per raccontare come stessero con i modi e i mezzi a loro più consoni: parole, video, canzoni. L’idea è nata prendendo spunto da una circolare ministeriale che diceva “la pausa didattica si può fare anche per motivi motivazionali”. Perché non farla per ascoltare? Così, attraverso i social è arrivato a molte scuole che l’hanno applicata e ne hanno avuto beneficio.

Ilaria Miglio, responsabile della comunicazione del gruppo Inail, lavora nell’ufficio comunicazione di un’agenzia formativa e spesso fa dei progetti con studenti e studentesse. Ha messo in evidenza la necessità di ascoltarli e coinvolgerli in prima persona, a prescindere dalla distanza. L’insegnamento da remoto ha aggravato il problema del coinvolgimento, che c’è da sempre.

«Avere i ragazzi in classe», ha detto, «non significa averli partecipanti. Spesso ci siamo sempre interrogati su come coinvolgere gli studenti, ma spesso abbiamo pensato a come scrivere i progetti per loro con il nostro linguaggio, con i nostri mezzi e le nostre scelte, di fatto riservando a loro una partecipazione passiva». Così, ha suggerito un altro approccio: «proporre alle classi una serie di progetti con un approccio nuovo spingendo i ragazzi a costruirli e facendo, noi adulti, un passo indietro».

Elena Cappai, Ufficio scolastico regionale, ha fatto alcune considerazioni sui dati e sulla necessità di andare più incontro agli studenti anche in futuro, a prescindere dalla Dad. 

Elena Cappai Elena Cappai - Ufficio scolastico regionale

 Si sono impiegati fondi per dare strumenti a chi non poteva permetterseli, perché non continuare a farlo? Poi, ha fatto notare che i mezzi usati per studiare siano diventati tanti e diversi; dal pc al tablet, compreso il cellulare in alcune occasioni. Perché scandalizzarsi ancora di questo uso, se controllato bene?

 Il tempo trascorso in Dad ha fatto emergere il problema della percezione del corpo, a cui forse normalmente si faceva meno attenzione. Tra una lezione e l’altra c’era la possibilità di alzarsi dalla sedia, sia per docenti sia per ragazzi e ragazze, e questo ha permesso di “sentire” la difficoltà di stare fermi nello stesso luogo a lungo. In presenza, di solito, era più normale che fosse l’insegnante a spostarsi e muoversi tra un’ora e l’altra; perché non essere più indulgenti anche con allievi e allieve da qui in avanti, sempre nei limiti del possibile?

 Tornando alla parola noia: perché non riproporre la stessa domanda per la didattica in presenza e stare a sentire la risposta? È importante non fermare il momento dell’ascolto solo alla fase d’emergenza, ma estenderlo anche alla normalità.

La conclusione resta aperta su una domanda e un dato: solo il 25% ritiene utile affiancare la didattica a distanza a quella in presenza in futuro. Allora, come fare in modo che gli strumenti digitali possano continuare ad accompagnarci, ripensando anche il servizio scolastico e i tempi dell’apprendimento?

 

Foto: Adobe Stock

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