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Zehra Dogan nuova

 Zehra Doğan, l'artista, giornalista e attivista curda ospite al Polo del '900

 L’odissea dell’artista, attivista e giornalista curda

Condannata a tre anni dalle autorità turche per un disegno  ha raccontato la sua storia al Polo del '900

Giorgia Megliola/Fabio Farag

Una sala gremita di spettatori, quella del Polo del '900, in cui, nella serata di giovedì 28 ottobre, è stata ospite la giornalista e artista curda Zehra Doğan.

Rinchiusa due anni e 10 mesi nel 2017 in una prigione turca per aver pubblicato un dipinto raffigurante la devastazione di Nusaybin operata dall’esercito turco, ha acquisito notorietà internazionale dopo che Banksy nel 2018 le dedicò un murale in cui chiedeva la sua liberazione. Sono intervenuti anche il direttore del Polo, Alessandro Bollo, il giornalista Murat Cinar, la curatrice Cristina Voto e la ricercatrice del dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione di UniTo Lisa Paola.

Zehra Dogan Nusaybin L'incontro al Polo del '900

Lo scenario

La vicenda di Zehra Doğan è indissolubilmente legata alla dura repressione voluta dal presidente Erdoğan come risposta a un presunto tentativo di colpo di stato nel 2016.

I numeri di questa repressione sono impressionanti: 2000 persone accusate di aver partecipato al colpo di stato, 2500, accusate di avere relazione con presunti golpisti. 150.000 persone denunciate e finite imputate in numerosi maxiprocessi.

«Viene quasi da chiedersi- riflette il giornalista Murat Cinar- come sia possibile che in un paese esistano così tanti golpisti».

Lo stato d’emergenza repressivo ha però avuto un altro risvolto.

«In due anni sono stati emessi 35 decreti legge, 129.000 impiegati statali sono stati sospesi, 70 giornali, 25 canali radiofonici, 15 agenzie di stampa, 29 case editrici, 20 riviste e 20 canali televisivi sono stati chiusi definitivamente». Dati fondamentali per capire lo spirito dell’emergenza, secondo Cinar definibile come “un colpo di stato civile emesso dal governo centrale nei confronti della società civile turca. 

Il culmine dello stato d’emergenza repressivo si ha con l’inizio dei combattimenti tra le forze armate curde e l’esercito regolare turco, che ha reso il sudest della Turchia «la culla degli scontri armati». I maggiori costi, li pagherà Nusaybin, città a maggioranza curda, quasi completamente devastata dalle forze armate. Il trait d’union di questa repressione è sempre lo stesso: lotta al terrorismo.

«Il reato di terrorismo - sostiene Cinar - è molto utilizzato dalla magistratura turca, che è totalmente al servizio del governo centrale, insieme ai media nazionali che fanno solo propaganda»

Foto Zehra Dogan

Nusaybin e l’arresto

Come altri 150 giornalisti, Zehra Doğan è stata accusata di attività terroristica e condannata, nel 2017, a quasi tre anni di carcere.

Come spiega la stessa Zehra Doğan, quel disegno è arrivato nel momento più basso del suo attivismo. Doğan era a Nusaybin per documentare minuto per minuto la distruzione della città, insieme alle sue compagne forniva un reportage dettagliato che veniva diffuso tramite l’agenzia Jinha, la prima agenzia di stampa interamente formata da donne da lei fondata nel 2012. L’impressione che avevano avuto in quel momento è che al mondo non importasse di ciò che stava accadendo, si sentivano sopraffatte dall’indifferenza che percepivano. Quel dipinto è nato dalla frustrazione e dalla disperazione, un ultimo gesto per immortalare una guerra di cui nessuno sembrava curarsi.

Paradossalmente proprio quel dipinto ha acceso una luce sulla distruzione di Nusaybin, ma le è anche valso un processo e un’accusa di “propaganda per conto di organizzazioni terroristiche”.

Il carcere e Prigione numero 5

In carcere (a Merdin prima e nella prigione di Diyarbakir dopo) matura la sua consapevolezza artistica, dell’utilizzo dell’arte come strumento di resistenza e dell’impatto politico del suo lavoro.

Le carceri turche, Diyarbakir in particolare, sono estremamente repressive, ma sono anche straordinari luoghi di resistenza, data l’elevata concentrazione di prigionieri politici rinchiusi dal governo. Ecco che il carcere si trasforma, nel suo orrore quotidiano, in una scuola di politica, l’arte diventa una forma espressiva fondamentale. L’eredità che lasciano i prigionieri si stratifica, arriva alle generazioni successive, la consapevolezza politica si fortifica e si arricchisce di elementi nuovi e diventa anche fonte di ispirazione artistica: molti detenuti hanno realizzato in cella saggi, opere di narrativa, poesie, dipinti.

L’arte è diventata forma di espressione personale, ma anche collettiva. In carcere ha dipinto le storie che le sue compagne le raccontavano, ha dipinto ciò che vedeva e viveva, lo faceva utilizzando materiali di fortuna, colori ricavati dal caffè, dagli avanzi di cibo o dal sangue, su supporti variabili come lettere (che si faceva spedire su carta kraft scritte solo da un lato), indumenti, tappeti, mappe.

Da questa raccolta di tavole, nascoste e fatte uscire dal carcere grazie ad una rete di collaborazione tra le compagne di prigionia, è nata una graphic novel, Prigione numero 5, pubblicata in Italia da BeccoGiallo, che Zehra Doğan definisce «un’opera collettiva, con storie che si sono accumulate per 50 anni. Io sono uscita da lì portando fuori tutte le esperienze che negli anni si sono andate accumulando».

creative commons Il dipinto che le è costato il carcere

L’arte di Zehra Doğan e l’importanza dello sfondo

Le opere realizzate da Zehra Doğan hanno come soggetti prevalentemente figure femminili, corpi, volti, sguardi. Le donne sono rappresentate come guerriere, con sguardi risoluti e fissi, in abiti tradizionali o vestite solo di portamunizioni. Le tecniche utilizzate sono varie, provenendo dall’Accademia di Belle Arti di Dicle padroneggia differenti stili, anche se non percepisce la sua arte come perfetta e tende a definirsi un’artista amatoriale.

«La mia arte, il mio disegno non sono perfetti - spiega - Per me non è importante fare opere tecnicamente perfette. Non arrivo da un mondo puro, pulito, impeccabile, quindi perché dovrebbe esserlo la mia arte? Le mie opere sono imperfette, sporche, per scelta di necessità, ma soprattutto per scelta politica. Quello che per altri è avanguardia e sperimentazione, per me è stata una necessità».

Particolarmente interessanti sono gli sfondi dei suoi dipinti. Tappeti, mappe, lettere, giornali, indumenti, talvolta sembra che lo sfondo stesso sia l’opera d’arte.

«In Accademia si impara che materiali, colori e supporti sono al servizio della volontà dell’artista. L’artista è padrone, la sua volontà piega gli strumenti che ha a disposizione. In carcere questo rapporto è ribaltato». Dovendo compiere scelte di necessità il soggetto deve adattarsi al supporto, alla sua conformazione, al materiale. L’artista quindi deve dialogare con la “tela” per poter esprimere ciò che vuole raffigurare. Tra supporto e soggetto si crea una distanza che fa scaturire un dialogo tra gli elementi del dipinto che l’artista non può controllare.

Zehra Dogan Self dynamic Foto di Jef RabillonRabillonJef-Rabillon

Il successo e lo sguardo sull’arte europea

Per Zehra Doğan il successo arriva mentre è in prigione, grazie alla famosa opera di street art di Banksy e all’appoggio ricevuto da Ai Weiwei. Una volta uscita di prigione è stata celebrata nel mondo dell’arte e fuori e questo riconoscimento «mi ha fatta sentire strana».

Zehra Doğan non si ritiene una grande artista, né vuole essere riconosciuta e ricordata come tale.

Arrivata in Europa due anni fa ha avuto modo di frequentare gli ambienti artistici e i musei, con uno sguardo differente dal nostro. Ha apprezzato la possibilità per gli artisti di trovarsi e confrontarsi in spazi privati e protetti (cosa impossibile in Turchia), ma ha anche osservato il rapporto che noi europei abbiamo nei confronti dell’arte.

L’arte viene sacralizzata, la distanza con il pubblico di non esperti diventa talmente grande da suscitare un sentimento di inferiorità e deferenza che rende lo stare in un museo paragonabile allo stare in chiesa o in moschea. L’arte diventa inaccessibile e gli artisti diventano divinità che cercano di usare le loro opere per diventare immortali, respingono le nuove generazioni di artisti e dimenticano la potenza del mezzo espressivo, che dovrebbe essere al servizio degli altri e delle generazioni future.

«Come le persone comuni, che si fanno da parte quando arriva un ospite sarebbe il caso che l’arte avesse lo stesso tipo di atteggiamento, un po’ più accogliente un po’ meno respingente rispetto a coloro che di volta in volta si presentano sulla scena».

Le tavole di Prigione numero 5 sono in mostra alla Galleria Prometeo di Milano fino al 20 dicembre.

Credits: https://www.minimaetmoralia.it/ -

 

 

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