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nonsolocontro2017

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riccio

 Speciale per la sua incredibile mossa difensiva

In caso di pericolo, infatti, si appallottola su se stesso e drizza tutte le spine fino a diventare quasi invulnerabile

Andrea Fontana

Il riccio (Erinaceus Europaeus) è un animale molto comune nelle campagne, e spesso è un ospite inatteso dei nostri giardini, essendo un abile arrampicatore dotato anche di inaspettate qualità ginniche.

Il riccio è esclusivamente notturno: si pensa che le abitudini notturne non siano tanto una necessità dettata da esigenze di difesa, visti gli aculei di cui dispongono, quanto piuttosto da un adattamento allo stile di vita delle sue prede, che sono più abbondanti durante la notte. Durante il giorno riposa nascosto nella sua tana, costituita da una cavità del suolo nel sottobosco, fra i tronchi e le foglie cadute. Durante la notte esce alla ricerca di cibo, percorrendo tragitti sempre uguali: non teme di attraversare spazi aperti.

Generalmente i maschi definiscono territori di circa 3 km, anche se si muovono in zone di caccia che possono estendersi fino a 30 ettari. Le femmine, che si spostano più lentamente, hanno campi d'azione massimi di una decina d'ettari di superficie. Quando un riccio incontra un possibile pericolo, reagisce immobilizzandosi e drizzando gli aculei e poi, se l'intruso lo tocca, appallottolandosi. In questo procedimento il riccio è aiutato da una fascia muscolare sulla schiena che contraendosi va a stringere in un sacco cutaneo tutto il corpo e gli arti. L'aggressore si trova così dinnanzi un'impenetrabile cortina di spine: questa tattica tuttavia risulta inefficace con le  volpi, che urinando sull'animale appallottolato lo costringono ad uscire dalla corazza, per poi finirlo mordendolo sul delicato muso, e con le automobili, di fronte alle quali l'animale si appallottola, venendo travolto ed ucciso. Sono infatti fra i due ed i tre milioni i ricci che ogni anno perdono la vita in questo modo mentre attraversano le strade.

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Durante i mesi invernali (fra ottobre ed aprile), il riccio è solito cadere in letargo: tale periodo risulta però piuttosto rischioso per l'animale: nel caso in cui non abbia accumulato una quantità di grasso corporeo sufficiente potrebbe morire.

Per la variegata dieta che assume, risulta essere onnivoro. Il riccio in natura si nutre di invertebrati di qualsiasi tipo (insetti, ragni, lombrichi, chiocciole, millepiedi), oltre che uccelli, uova (spesso si intrufola nei pollai domestici per cibarsene) e nidiacei, rettili ed anfibi. In caso di necessità, i ricci mangiano senza problemi anche ghiande, bacche, frutta ed altro materiale di origine vegetale, nutrendosi in casi estremi anche di foglie. Il latte è nocivo per il riccio perché non può digerirlo.

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Nell'antica Roma il riccio veniva allevato per la sua carne: inoltre, il pelo aculeato del dorso veniva utilizzato per cardare la lana e come componente dei frustini per spronare i cavalli. Col tempo, la fitta copertura di aculei ha fatto sì che il riccio venisse accostato ai capelli, sicché le ceneri di questi animali, mischiate alla resina ed applicate sulla testa, erano ritenute un rimedio sicuro contro la calvizie.

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Possiamo trattenerlo nelle nostre case per brevi periodi dandogli la possibilità di riprendersi dopo un ritrovamento fortuito (se il riccio è ferito o coperto di parassiti come le zecche portatelo da un veterinario specializzato in animali selvatici o al comando forestale più vicino). Vi sono anche alcuni centri di raccolta gestiti da volontari, i quali svolgono un encomiabile e spesso misconosciuto lavoro.
In cattività i ricci vengono alimentati con preparati per cani e gatti (sia sotto forma di croccantini sia di cibi in gelatina), e si dimostrano inoltre grandi amanti del  pesce cotto.


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