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Enrica Calò 1

 E' da anni volontaria in un centro di recupero

 Assiste soprattutto i veterinari che recuperano animali selvatici, in prevalenza rapaci, spesso impallinati dai cacciatori

Chiara Grasso

Etologa

Chiara Grasso

Enrica Calò è una studentessa universitaria che collabora con un centro di recupero di fauna selvatica (CRAS). Chiara l'ha incontrata e intervistata per noi.

Come è stato possibile coronare questo sogno?

«Fare volontariato nel CRAS è davvero un sogno, ma è nato tutto per caso. Circa dieci anni fa, il CRAS della mia zona organizzava dei campi estivi formativi per ragazzi e da grande appassionata di natura ho colto immediatamente l’occasione. Durante quel campo estivo ho approcciato per la prima volta serpenti, tartarughe di palude, tartarughe marine, e uccelli. Gli altri ragazzi ed io aiutavamo il personale del CRAS a prendersene cura preparando i pasti e assistendo alle attività quotidiane come le visite del veterinario e i controlli di routine. Quando sono diventata maggiorenne ho chiesto di poter diventare ufficialmente una volontaria e quindi di poter aiutare il CRAS durante tutto l’anno. Gli animali sono tanti e una mano è sempre gradita».

Quali sono le mansioni di cui ti occupi quotidianamente? Quali sono i tuoi impegni e le tue responsabilità?

«I volontari si occupano per lo più di preparare il cibo e tenere puliti gli spazi dove vivono gli animali. Dato che sono volontaria ormai da anni e quindi ho un po’ di esperienza in più, mi occupo anche di alimentare quei soggetti che non riescono a farlo da soli come accade per alcuni rapaci con traumi gravi, cuccioli e pulli. Assisto il veterinario o il personale del CRAS durante la somministrazione di terapie, la riabilitazione o il primo intervento sugli animali che arrivano in sede: identificazione, peso e controllo dello stato di salute, valutazione dei traumi ed eventualmente primo soccorso. Infine, mi è capitato anche di fare delle visite guidate all’interno del CRAS per illustrare ai visitatori le nostre attività e l’importanza di luoghi del genere».

Enrica Calò2

C’è qualche recupero di cui vuoi parlarci? Qualche salvataggio che ti ha emozionato più degli altri?

«Per me i recuperi più emozionanti sono sempre quelli di animali con ferite d’arma da fuoco. Tra i miei preferiti ci sono due rapaci la cui storia comincia in maniera simile, ma finisce in modo diametralmente opposto. Da un lato c’è un Biancone, o aquila dei serpenti, ospite fisso del CRAS da più di dieci anni. È stato trovato a terra con un’ala crivellata di colpi. Nonostante il lavoro dei veterinari le ossa dell’ala erano rimaste esposte per troppo tempo. Ha portato un tutore esterno all’ala per più di cinque anni, ma le ossa sono talmente fragili che, anche se ora non lo indossa più, non potrà mai tornare a volare libero perché l’ala non reggerebbe il suo peso. Dall’altro c’è una femmina di falco pellegrino che è arrivata circa un anno fa durante la stagione di caccia con una ferita sospetta sull’ala ma senza pallini interni, quindi non c’è certezza che fosse vittima di cacciatori sebbene il sospetto sia molto fondato. Nonostante le ferite fossero guarite in fretta, per un anno ha scelto di non volare. Negli ultimi mesi però ha ricominciato a farlo e la stiamo riabilitando in modo che i suoi muscoli siano forti e pronti a sostenerla quando in primavera tornerà libera».

Quali sono gli animali che arrivano maggiormente e quali sono le cause di incidenti?

«Gli animali che arrivano maggiormente variano con le stagioni: in autunno e inverno, in concomitanza con i freddi e la stagione di caccia, arrivano per lo più ricci e animali feriti, la cui maggioranza è costituita da rapaci di specie protette come poiane comuni, aquile minori, gheppi e da qualche anno a questa parte falchi pellegrini; in primavera ed estate, con le nidiate e le cucciolate, ad arrivare in maggioranza sono gazze e rondoni, pipistrelli, volpi e rapaci, soprattutto gheppi, poiane, assioli e civette, vittime di traumi da impatto con le auto o caduti dal nido. In generale le cause più comuni di ricovero sono incidenti stradali, avvelenamenti e traumi da impatto o da caccia».

Cosa dobbiamo fare noi se troviamo un animale selvatico in difficoltà? Qual è la prassi da attuare per non stressare l’animale ulteriormente?

«La prima cosa è senza dubbio allertare il corpo forestale che si metterà in contatto con un CRAS (la guardia costiera in caso di animali marini). Una volta mobilitata la macchina dei soccorsi bisogna cercare di non perdere di vista l’animale se è cosciente e in grado di muoversi. Muoviamo l’animale solo se è strettamente necessario (incidenti stradali o luoghi non consoni come il centro città o un garage), ricordando sempre che è terrorizzato e sofferente e che ci vede come un gigantesco predatore: muoviamoci con calma, senza fare troppo rumore e cerchiamo di tenere il volto fuori dalla portata di becco e zampe. Possiamo prendere l’animale con un telo o dei guanti e metterlo al buio, in uno scatolo di cartone forato sui lati, ma solo se siamo sicuri di non peggiorare la situazione, in ogni caso sarebbe meglio aspettare un esperto. Improvvisarsi soccorritori non è mai una buona idea, rischiamo di farci del male e di causare ulteriori danni».

E quali sono invece gli errori da non commettere nel nostro rapporto con la fauna selvatica?

«In generale il primo errore, e il più grave, è cercare di alimentare la fauna selvatica e abituarla alla nostra presenza. Un gesto apparentemente così innocente mette a rischio sia noi che loro. Un animale confidente cercherà cibo da qualunque essere umano, anche da chi potrebbe volerlo portare a casa privandolo della sua libertà, o peggio ucciderlo. Inoltre, offriamo loro cibo carente in sali minerali e vitamine, troppo grasso o mono-proteico rispetto alla dieta naturale, con ripercussioni sul loro benessere e li disabituiamo a procurarsi il cibo autonomamente. Un animale dipendente dall’uomo è un animale che soffrirà della sua assenza e che non svolgerà il suo ruolo nell’ecosistema. Rischiamo inoltre la trasmissione di malattie (zoonosi) da loro a noi, e viceversa. Errori meno gravi ma altrettanto frequenti riguardano gli animali domestici come cani e gatti, che se lasciati liberi possono disturbare e, a volte, decimare la piccola fauna selvatica. In ultimo, l’uso di lumachicida, veleno per topi e trappole a base di colla mietono moltissime vittime tra la piccola fauna, così come le potature degli alberi fatte senza la giusta attenzione o l’uso di falciatrici su prati incolti dove, fra l’erba alta, si nascondono ricci e altri animali di piccole dimensioni».


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