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jaco pastorius

 

La storia di Jaco Pastorius

Morì per le botte di un buttafuori

Se si intavolasse una discussione per individuare il miglior chitarrista della storia della musica, si parlerebbe per giorni e giorni senza arrivare ad una scelta condivisa. Se si intavolasse una discussione per individuare il miglior batterista della storia della musica, si parlerebbe per giorni e giorni senza arrivare ad una scelta condivisa. Se si intavolasse una discussione per individuare il miglior bassista della storia della musica, la discussione durerebbe giusto un paio di secondi. Il tempo di pronunciare due parole: Jaco Pastorius.


John Francis Anthony Pastorius III, detto Jaco, classe 1951, nel breve tempo della sua altrettanto breve carriera, ha rivoluzionato il ruolo del basso nella musica jazz (ma anche rock e pop), prendendolo di peso (in senso musicale) dal mero ruolo ritmico di accompagnamento e portandolo nel mondo della melodia, degli accordi, dell’armonia e delle percussioni (sulla falsa riga di quanto aveva fatto anche John Entwistle negli Who).


Figlio di un batterista di origine tedesca e di una donna scandinava, Jaco si avvicina alla musica giovanissimo, seguendo le orme paterne. Attorno ai 12 anni, in seguito alla frattura di un polso durante un allenamento di football, si sposta dalla batteria alla chitarra prima e al basso poi: appena mette le mani sul nuovo strumento, come prima cosa si libera dei tasti, tanto vita ad uno stile fretless che l’avrebbe accompagnato per tutta la vita. I primi anni della sua carriera sono simili a quelli di tutti i musicisti: le prime band, i primi concerti nei club di Fort Lauerdale in Florida, dove si era trasferito giovanissimo, con la famiglia, dalla Pennsylvania. Poi i primi tour in altri stati americani, ingaggi come musicista sulle navi da crociera, turnista nelle sale di incisione. L’ingaggio in un jazz club di New York, dove ha l’occasione di suonare con Pat Metheny, il primo disco solista nel 1975.

In quell’anno l’incontro con Joe Zawinul, e il successivo l’ingresso nel suo gruppo, i Weather Report. Sette anni di successi mondiali, di dischi d’oro, di concerti, di soldi ma anche di pessimi rapporti con la moglie, che finisce con il lasciarlo, di uso ed abuso di alcool e droghe, e dell’accentuarsi di un disturbo bipolare mai diagnosticato prima. I Weather lo scaricano, dopo l’ennesima intemperanza, nel 1982. Jaco non si perde d’animo: produce il suo secondo disco solista ma di contro le suo condizioni, mentali e di alterazione, lo rendono protagonista di esibizioni sempre più scadenti. La Warner, con cui aveva inciso il disco, rescinde il contratto. Anche i suoi musicisti lo abbandonano, lasciandolo solo sul palco nel bel mezzo di un concerto nel corso del quale Jaco suona note a caso. L’esibizione viene interrotta dall’attore Bill Cosby, cui era andato il compito di presentare i vari appuntamenti di quel festival jazz.

Alterna momenti di lucidità (durante i quali registra un video tutorial sull’uso del basso elettrico) ad altri di delirio. Momenti nei quali molesta anche i passanti della sua città, mendicando: viene ricoverato in un centro specializzato, dal quale esce ristabilito dopo sei settimane. Prende parte ad alcuni concerti in Europa, fino a quando la morte del suo più caro amico sin dai tempi del liceo, Alex Sadkin (musicista e produttore discografico a sua volta), in un incidente d’auto, lo fa riprecipitare in una crisi profonda.

L’11 settembre 1987 assiste ad un concerto di Carlos Santana. Jaco è colpito dalla bravura del bassista, Alphonso Johnson (che anni prima aveva sostituito nei Weather Report): sale sul palco e gli solleva la mano per indicare che lui è il migliore. Gli addetti alla sicurezza, però, non lo riconoscono, e temendo si tratto di un malintenzionato lo scaraventano fuori dal locale. Cerca di entrare, ubriaco e in stato confusionale, in secondo club: anche in questo caso il buttafuori non lo riconosce, lo spintona, gli assesta un paio di colpi di arti marziali. Jaco cade e batte la testa. Colui che aveva dato una nuova e immortale dignità al basso, che era stato ai vertici della musica mondiale, rimane steso per terra per ora, in una pozza del proprio sangue. Solo alle quattro del mattino viene soccorso e portato in ospedale: non si riprende più. Otto giorni dopo, in seguito alla rottura di vaso sanguigno del cervello, viene dichiarata la sua morte celebrale. Due giorni dopo i famigliari decidono di spegnere le macchine che lo tengono in vita. Il suo cuore batte ancora per tre ore. Poi si ferma.


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