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 Annullata quest'anno causa emergenza sanitaria

Nata per "salutare" Fabrizio De Andrè e ricordare il compleanno del grande cantautore e poeta della musica

Giorgia Megliola

Ventidue anni fa, l’11 gennaio 1999, moriva a Milano Fabrizio De André, cantautore e poeta genovese. Tutti lo conoscono o almeno l’hanno sentito nominare: da quando nel 1961 uscirono per la prima volta Nuvole Barocche ed E fu la notte in un piccolo 45 giri, De André è riuscito a parlare a intere generazioni, di qualsiasi estrazione sociale, in tutta Italia e non solo. Ridava nuova vita a chi la vita non l’aveva più o non l’aveva avuta mai e ha insegnato a tanti l’amore, la pietà, l’altruismo.

Ognuno ha una storia da raccontare su come l’ha scoperto: qualcuno ha avuto la fortuna di vederlo dal vivo, qualcuno era troppo piccolo quando è venuto a mancare o non era nemmeno nato e l’ha scoperto per caso o perché qualcun altro gliel’ha cantato e sono sicurissima che ciascuno ricorda ancora la prima canzone che ha sentito.

Per me è stata Geordie. Me l’ha insegnata mia madre quando avevo 9 o 10 anni. Da allora sono cresciuta anche con lui. Man mano ho scoperto le sue canzoni, le sue parole, la sua musica. Ho imparato a decifrare quei messaggi che all’inizio suonano molto bene anche se sembrano astrusi, troppo astrusi e allora ti fermi li riascolti, li analizzi, li interiorizzi finché, di colpo, li capisci.

È nato il 18 febbraio 1940, ma fino al 2014 per me questa è stata una data da Wikipedia da snocciolare all’occorrenza.

Fabrizio De Andrè

Il 18 febbraio 2014 ho scoperto un mondo, per caso, come per caso succedono le cose belle. Abitavo da qualche mese a Milano, un giorno di gennaio ho aperto Facebook e mi è comparso il suggerimento di un evento che si sarebbe tenuto in Piazza Duomo l’11: “Cantata Anarchica per Fabrizio De André”. Pensai fosse il solito ritrovo di ragazzetti che non sanno di cosa parlano, amavo troppo De André per sprecarlo così. Non andai.

A febbraio alcuni amici mi dissero che si rifaceva la stessa cantata, mi convinsero ad andare con loro. Arrivammo che era già iniziata, la piazza era gremita di gente, li si sentiva cantare ancora prima di arrivare. C’erano i ragazzini di cui sopra, c’erano adulti, c’erano anziani. Seduti a terra o in piedi. Cantavano tutti e sorridevano.

Ad un certo punto iniziò a piovere e ci spostammo sotto la tettoia di Piazza Mercanti, poco distante dal Duomo. Lì tra una canzone e un bicchiere di vino mi raccontarono che la cantata si faceva ormai da 15 anni, dalla notte in cui De André morì, Radio Popolare ne comunicò la scomparsa e disse che, chi avesse voluto salutarlo un’ultima volta, poteva farlo portando strumenti e voci sulle scalinate del Duomo e cantare a pieni polmoni le sue canzoni. Mi indicarono alcuni del “gruppo storico”, quelli che avevano risposto all’annuncio, erano lì, un po’ più vecchi, ma ancora in prima fila con le chitarre e i canzonieri. Mi dissero che quella per il compleanno c’era da poco, quasi una scusa per rivedersi una volta di più.

Da quella prima volta per me la Cantata è diventata un rituale. Si va in piazza con il gelo, la pioggia o la neve e solo una pandemia è riuscita a metterla in pausa. Non cancellarla, quello mai. Quindi, visto che quest’anno non è possibile viverla, ho deciso di raccontarla.

La preparazione per queste due date è la stessa.

Solitamente il ritrovo in piazza è per le 20, io verso le 18 inizio a preparare il vin brûlé, grande protagonista di queste serate, chi può porta i thermos per condividerlo con i vicini, chi non riesce a prepararlo arriva con bottiglie di vino e taralli, bisogna rimanere sazi e idratati.

Quindi inizio a preparare, in sottofondo ovviamente De André, mentre arrivano i primi messaggi degli amici che incontrerò in piazza “Tu a che ora arrivi?” “Io finisco di lavorare e parto” “Ci vediamo sulle scale a sinistra” “Se arrivi prima tienimi il posto” “A stasera, finalmente”.

Mentre il vino si scalda mi preparo: collant, jeans da battaglia, quelli strappati o irrimediabilmente macchiati, strati di maglioni e giaccone invernale usato unicamente per quest’occasione, perché farà freddissimo, ma ad un certo punto “l’effetto stalla” della piazza costringerà a togliersi la giacca, che verrà adagiata a terra alla mercé di bottiglie rovesciate, cenere di sigaretta e sporco naturale del terreno, mentre i jeans ripuliranno le scale che non aspettavano altro.

A cottura ultimata travaso il vino nei thermos, anche loro usati solo in queste occasioni, mentre mando messaggi per sapere se qualcuno porterà i bicchieri o li dovrò portare io.

cantata de andrè1

Sono le 20, i primi iniziano ad arrivare, sul gruppo Facebook chiedono “Siete già lì?” “C’è già qualcuno?” “Io sono arrivato, vi aspetto” e io sono ancora a casa a vestirmi. Arrivano i miei amici che mi chiamano o mi scrivono “Ma dove sei?” risposta “sono per strada” (lo standard per quando sono irrimediabilmente in ritardo).

Parto da casa, magari ho appuntamento con qualcuno per fare la strada assieme e arriviamo in piazza, in un ritardo che ormai è dato per scontato da chi mi sta tenendo il posto al centro del cerchio che si è formato.

La piazza è piena. A volte ci metto più di un’ora per trovare gli amici e finalmente sedermi.

Tiro fuori i thermos, iniziamo a scaldarci mentre intorno a noi si canta, si suona, si balla, stonati, fuori tempo, felici.

Cantiamo tutta la notte, gridando le canzoni che vorremmo sentire. “Dopo questa Bocca di Rosa!” “La prossima è Il Gorilla” “Monti di Mola!” “'A Çimma!” “Aspettate devo accordare!” “In che tonalità siamo?” “Qualcuno ha un canzoniere?” “Mi raccomando il ritornello alla seconda strofa!” “Chi suona adesso? Mi sanguina un dito” “Mi passi il vino?”

Quando la metro sta per chiudere chi non ha altro modo di tornare a casa saluta gli altri “Ci vediamo a febbraio” “Ci vediamo l’anno prossimo” e la piazza pian piano si svuota.

Rimaniamo in pochi, con qualche chitarra. Si tenta l’impresa “Facciamo Un Ottico”, “Facciamo tutta La Buona Novella senza interruzioni”. E si continua a cantare e a ballare, finché i netturbini ci dicono di allontanarci dalle scalinate, ci spingono al centro della piazza e lì, vicino al Cavallo finisce la serata.

Si torna a casa, completamente senza voce, con il freddo nelle ossa e un’allegria contagiosa che rimane per settimane, mentre rivedo i video e le foto che vengono condivise sul gruppo.

Negli anni in quella piazza ho visto nascere amicizie e amori, ho conosciuto persone alle quali voglio bene come fossero i miei migliori amici, anche se li vedo due volte all’anno. Ho visto anziani e bambini cantare le stesse canzoni con la stessa allegria, ho bevuto assieme a ragazzi e ragazze che ad un certo punto mi dicevano con un sorriso timido “Vado a casa, domani ho una verifica” e quei ragazzi e ragazze li ho rincontrati gli anni successivi, sempre più grandi finché le verifiche non sono diventate esami. In quella piazza non mi sono mai sentita sola, circondata da altri come me che condividono l’amore per la poesia di De André, che in quella piazza lo sentono vicino, con la stessa intensità, come se fosse seduto lì con noi. Cantiamo con il cuore che si riempie di una gioia indescrivibile, cantiamo la vita a squarciagola, felici, almeno per quelle ore e siamo tutti bellissimi.

Questa è la Cantata.

La racconto oggi perché quest’anno non c’è stata, per ovvie ragioni. Si è provato a gennaio a farla online, via Zoom, tra ritardi di audio, problemi di connessione, ma non è stata la stessa cosa. Tutti noi però, e di questo ne sono certa, siamo tornati mentalmente in piazza, qualcuno ha preso la chitarra e ha registrato un video da condividere con il gruppo, altri hanno cantato per i vicini.

Racconto la Cantata perché quando si potrà tornare a riabbracciarci stretti, a bere, a cantare e a ballare tutti insieme lo faremo ancora più forte, con la gola che brucia, le mani gelate e il sorriso in tutto il corpo.

Negli anni la Cantata di Milano è stata “esportata”: a Parigi, da alcuni che lì si sono trasferiti, al Pincio a Roma, in Piazza Castello a Torino. E ancora Bologna, Genova, Firenze. Le cantate si moltiplicano, si moltiplica l’allegria, quindi, se non l’avete mai fatto andate in piazza, vedete con i vostri occhi (quando si potrà, ovviamente). Per coordinarsi ci sono dei gruppi Facebook, basta cercare “Cantata Anarchica per De André” (con varianti, ma più o meno il nome è sempre quello).

Sì, la Cantata è Anarchica, non ci sono organizzatori e non ci saranno mai. È nata spontaneamente e spontaneamente andrà avanti finché ci sarà qualcuno a prendere una chitarra in quelle date e si metterà a cantare. E lo faremo anche questo 18 febbraio, come sempre, cantando e ricordando.

Tanti auguri Faber, ci vediamo l’anno prossimo.


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