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Grazie ad uno splendido accessorio di design

Studiato dalla vicentina Chiara Riccò, laureata allo IED di Torino

Enrica Munì

Nuove tendenze in campo medicale vedono, sempre di più, la corsa delle grandi imprese a trovare soluzioni che combinano tecnologia ed estetica. Per esempio, nel campo delle audioprotesi assistiamo quotidianamente agli spot pubblicitari che propongono nuovi e sempre più “invisibili” apparecchi acustici, mentre servizi giornalistici ci parlano di famosi designer nel campo delle bio-tecnologie, che in controtendenza alle multinazionali, puntano a trasformare le protesi in oggetti di design tutt’altro che invisibili, enfatizzandole a tal punto da toccare argomenti, che ancora oggi per molti, sono al limite del tabù. 

Artisti come Simon Colin (studioso di Ortoprotesica) e Amandine Labbé (direttrice artistica del marchio U-exist) hanno dato un tocco di originalità alle protesi di arti (gambe e braccia) unendo scienza, arte e imprenditorialità. Stelarc, (Stelios Arkadiou), docente e performance artist, celebre per aver esplorato le limitazioni fisiche e psicologiche del corpo attraverso l’utilizzo della tecnica, nel 2003 arrivò a collegare la tecnologia alla genetica, grazie alla realizzazione di un clone del suo orecchio a partire da cellule umane: un progetto chiamato “extra ear.” 

Senza arrivare a prestazioni estreme, che portano il corpo umano al limite della fantascienza, anche Chiara Riccò, 24 anni, vicentina, ha dato il suo contributo creativo alla ricerca, trasformando l’impianto cocleare per non udenti in un gioiello: un accessorio unisex, vistoso, moderno, lussuoso, ma anche giovane, divertente e che fa tendenza; da cambiare come una cravatta, un paio d’occhiali alla moda o una parure di orecchini, per una serata elegante o una cena fra amici.

La neolaureata in design del gioiello allo IED di Torino con 110 e lode, che vuole portare l’impianto-orecchino in passerella, oggi è progettista presso un’azienda di alta gioielleria di Valenza e ha presentato per la prima volta il suo prototipo alla commissione d’esame dell’Istituto europeo di design (IED), che l’ha subito giudicato un successo.

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Un accessorio avveniristico, realizzato in acetato di cellulosa Mazzucchelli, con griffe in titanio sabbiato. L’acetato di cellulosa è un materiale molto leggero e anallergico, del tipo di quello utilizzato per gli occhiali. La sua silhouette, segue perfettamente la forma dell’orecchio, ricordando in qualche modo i moderni auricolari, ma si sviluppa in lunghezza come un prezioso orecchino. Un accessorio utile e anche pratico, perché la sua forma, abbracciando l’orecchio, dona al gioiello ergonomia e ancoraggio all’impianto risolvendo il problema della stabilità.

Per giungere a questo risultato di funzionalità, la Riccò si è confrontata con dottoressa Carla Montuschi, dell’ospedale Molinette di Torino, specializzata in tecniche audiometriche. Con il suo aiuto ha contattato un’azienda leader nel settore, la Cochlear, che ha fornito un campione su cui lavorare.

Chiara, vuole trasformare in moda uno strumento di correzione, come è nata l’idea? L’idea è nata grazie a un padre imprenditore nel settore di audioprotesi che mi racconta spesso del suo lavoro e delle resistenze di chi non vuole indossare un dispositivo acustico per vergogna preferendo, addirittura, rimanere nella sordità”  Vorrei sdoganare l’imbarazzo che purtroppo ancora implica l’utilizzo di una protesi, a favore della valorizzazione delle enormi potenzialità degli impianti presenti oggi sul mercato, in grado di restituire completezza e ancor di più possibilità ed emozioni”.

Con il suo progetto la Riccò vuole andare oltre alle barriere della tradizione che mira a nascondere il difetto, proponendo un oggetto fashion, di tendenza, colorato e dai toni futuristici mirando a ripercorrere la strada che è già stata tracciata dagli occhiali.

 

Convinta che sia necessaria una svolta nel modo di guardare alla perfezione esaltando il significato della variabile genetica, Chiara si ispira all’antica arte giapponese del Kintsugi, e all’artista Hélène Gugenheim. Il Kintsugi (letteralmente oro “kin” e riunire, riparare, ricongiunzione “tsugi”) è la pratica che prevede l’uso di un metallo prezioso – mediamente oro – per riunire i pezzi di un oggetto di ceramica rotto, esaltando le nuove nervature che si creano. Ogni pezzo riparato diviene unico e irripetibile, per via della casualità con cui la ceramica si frantuma. Il suo significato è l’essenza stessa della resilienza da cui attinge la stessa Gugenheim :“le nostre cicatrici devono essere un punto di forza e non una mancanza da nascondere e oscurare. Sono infatti le nostre cicatrici che ci rendono ciò che siamo e che dimostrano la nostra capacità di superamento del trauma: non è la perfezione la verità, ma la verità è la perfezione”.


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