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ezio vendrame

 

Nella notte di Messi, il ricordo di una gloria italiana

Dall'orfanotrofio alla seria A

Luigi Benedetto

Nella sera in cui Leo Messi porta a casa il suo sesto Pallone d’oro, ci piace parlare di un giocatore che il Pallone d’oro non solo non l’ha mai vinto, ma neppure l’ha mai visto da vicino. Uno che il calcio che conta l’ha lambito senza mai conquistarlo, ma che in quanto a estro, follia e fantasia è in grado di dare dei punti a Messi e a tutti suoi Palloni d’oro. Il cui nome dirà poco o nulla ai più, ma che farà correre un brivido di piacere sulla schiena a chi il calcio lo conosce da sempre: Ezio Vendrame. Classe ’47, friulano di Casarsa della Delizia, città di adozione di Pierpaolo Pasolini.

Nasce in una famiglia povera, Vendrame. Talmente povera che, pur non essendo orfano, all’età di sei anni viene spedito in orfanotrofio. Da ragazzo si accasa nelle giovanili dell’Udinese: nel 1967 passa alla Spal, in serie A. In quel campionato non si alza mai dalla panchina. Ritorna nelle serie inferiori: Torres, Siena, Rovereto. Poi l’esordio in serie A, con Lanerossi Vicenza: a Vicenza si ferma dal 1971 al 1974. Al termine di quei tre campionati la sua grande occasione: il passaggio al Napoli, dov’è fortemente voluto dall’allenatore Luis Vinicio. Dopo tre partite l’allenatore lo relega il panchina. Lascia Napoli per Padova, in serie C. Diventa capitano della squadra: la domenica fa sognare i tifosi, nel resto della settimana fa sognare le tifose, perché con le donne Vendrame, grazie al suo look da hippy (o per dirla calcisticamente alla Kempes) ha un successo strepitoso. A Napoli si consola dal fatto di non giocare intrattenendo le napoletane (anche nei bagni del San Paolo), a Vicenza lascia uno stuolo di cuori infranti. Quante donne ha avuto? Diverse centinaia, secondo la sua autobiografia “Se mi mandi in tribuna godo”.

Coma si manifesta la sua follia, il suo modo di intendere il calcio? Ultima giornata del campionato di serie C 1976 - 1977. Si gioca Padova - Cremonese. Ai lombardi manca un punto per salire in serie B. Si accordano con il Padova per un tranquillo pareggio. Lui si adegua. Ma dopo venti minuti capisce che il pubblico ha intuito che quella sarà una partita scialba, in cui non succederà nulla. Inizia ad annoiarsi. Allora Vendrame prende la palla a metà campo, scarta la squadra, la sua, e punta verso la porta, la sua. Finge di tirare. Il portiere, il suo, si tuffa. Lui accompagna la palla verso la linea di porta. La sua. Poi si ferma e la lascia lì. L’accordo è salvo, ma almeno i tifosi hanno avuto la loro dose di emozioni (anche troppe, tant’è che un tifoso morirà d’infarto).

Sempre con la maglia del Padova, nel corso di un partita casalinga, vede tra il pubblico un suo grande amico, il cantautore livornese Piero Ciampi. Vendrame ferma l’azione, prende il pallone in mano e lo saluta. È il suo modo di rendere omaggio a quello che considera il più grande poeta italiano.

Vendrame non sputa in campo. Non smoccola. Non sono cose che si possono fare davanti ad un pubblico, secondo lui. Quindi, se deve soffiarsi il naso, si avvicina alla bandierina del calcio d’angolo e usa quella. Lo fa anche anche prima di un Padova Udinese, decisiva per la promozione dei bianconeri. Anche in questo caso si tratta di un incontro “addomesticato”. A quei tempi si guadagnano 22mila lire a punto. Un emissario friulano gli promette 7 milioni per una partita scadente. Lui accetta: «Ho giocato male tante volte, e l’ho sempre fatto gratis». Ma quando scende sul campo i suoi ex tifosi lo sommergono di insulti. Lui non la prende bene, e manda mentalmente a quel paese i 7 milioni. Il Padova, alla fine, vince 3 a 2. Vendrame ne fa due. Il secondo merita di essere raccontato: deve battere un calcio d’angolo. Si soffia il naso nella bandierina. Ad ampi gesti avvisa il pubblico ostile che vuole metterla dentro direttamente dal corner. Tira. Fa gol. «Quella volta ho avuto un culo della miseria», ammetterà anni dopo.

Nel 1972, con la maglia del Vicenza, incontra, nel torneo anglo italiano, il Blackpool. Lo marca un terzinaccio inglese, tal Wilkins. Che per tutta la partita non tocca il pallone («Gliel’ho fatto passare anche in mezzo alle orecchie»). L’inglese non riuscendoci con le buone, ci prova con le cattive. Vendrame subisce ogni sorta di fallo in silenzio, senza fiatare, come è nel suo costume. Ma a cinque minuti dal termine, fa un’entrata abbastanza dura a Wilkins. Subito pentito, cerca l’inglese per dargli la mano. Wlikins la rifiuta. Vandrame cosa fa? Lo abbraccia, e lo bacia («Gli ho messo qualche centimetro di lingua in bocca. Non se lo aspettava. Mi sono detto: se non vuole la mano, almeno lo bacio. Poi io baciavo bene. Certo, lui era preoccupato. Si chiedeva: questo inizia con il bacio e chissà dove vuole andare a finire»). Il ritorno in Inghlterra non è meno leggendario. Non tanto per la partita. Quando per il fatto che Vendrame entra in un sexy shop, e spende una fortuna in articoli erotici, che lo renderanno ancor più popolare tra le signore vicentine.

Sempre con la maglia del Vicenza, espugna San Siro battendo l’Inter 2 a 1. Come avviene il pre partita? «La sera prima abbiamo fatto un’orgia mega galattica nella mia camera con delle ragazze che ci aveva mandato su il portiere di notte dell’hotel. Non tutta la squadra. Solo cinque o sei».

Nel 1969, quando gioca a Siena, in un inverno freddo come non mai, spende 70mila lire (uno stipendio medio quei tempi si aggira sui 120mila lire al mese) per comparsi un cappotto di cammello. Il primo, e ultimo, cappotto della sua vita. Esce dal negozio, e dopo venti metri vede un ragazzino rom che chiede l’elemosina. Con le scarpe bucate, un maglione logoro. Vendrame non ci pensa due volte: si leva il cappotto e glielo regala.

Mitico anche il suo passaggio al Napoli. Quando si tratta di discutere l’ingaggio, pensa: «Adesso li frego», e chiede 20milioni, esattamente il doppio di quanto prende a Vicenza. Janich, il dirigente azzurro, firma senza pensarci due volte. Vedrame è soddisfatto. Resta soddisfatto per tre giorni. Fino a quando scopre che l’ultima ruota del carro, un ragazzo destinato a non scendere mai in campo, prende tre volte più di lui.

Chiuso con il calcio, Vendrame ha scritto libri, poesie, canzoni. E ha allenato diverse squadre giovanili. Il sogno proibito? «Allenare una squadra di orfani. Sono i genitori, tutti convinti di avere in casa Pelè, la rovina dei ragazzi».

E del calcio di oggi cosa pensa? «È tutto finto. Al mondo ci sono stati solo tre giocatori di calcio: Maradona, Zigoni e Meroni. In questo rigoroso ordine, non alfabetico. Il resto è noia».


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