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calcio

 

 Prima si chiuderà la Coppa Italia

Ma gli stadi saranno, per forza di cose, deserti

Luigi Benedetto

«Dunque, dove eravamo rimasti?». Era il 20 febbraio del 1987. Enzo Tortora, al termine di un lunghissimo calvario giudiziario, tornava a condurre il suo programma più famoso, Portobello. Emozionato e provato, si presentava davanti alla telecamere con quelle quattro semplici parole. Quattro semplici parole che vanno benissimo ancora oggi, parlando di calcio.

Dunque, dove eravamo rimasti? Eravamo rimasti con le due semifinali di ritorno di Coppa Italia, e successiva finale, da disputare. Le prime si giocheranno il 13 (e probabilmente 14) giugno, la seconda il 17. Eravamo rimasti con 12 giornate di campionato rinviate a data da destinarsi, per un totale di 120 partite. Il campionato, quello di serie A, ripartirà il 20 giugno. Calendari e orari saranno definiti a breve anche se, visto che la matematica non è un'opinione, il campionato nella sua formula consueta scollinerà abbondantemente nel mese di luglio, solitamente deputato alla ripresa degli allenamenti e alle prima amichevoli. E poi ci sono le Coppe Europee da assegnare. Ma in quel caso di tratta di mettere d'accordo nazioni e situazioni diverse, e il parto, nonostante le tante ipotesi formulate, è ancora lungo.

Dunque si riparte. Con voglia di ripartire e con mille dubbi e preoccupazioni. Con alcune società contrarie alla ripresa e con altre che non vedevano l'ora di farlo.

Si riparte, ma in modo completamente diverso. Niente tifosi allo stadio. Le cattedrali di questo sport, che abitualmente accolgono decine di migliaia di tifosi, saranno aperte, per i vari incontri, solo a 300 persone malcontate, che dovranno arrivare in orari diversi, essere controllate all'ingresso e avere la loro brava certificazione. Anche le squadre e gli arbitri dovranno arrivare nei vari stadi in orari di diversi, per non incrociarsi (ed è consigliato ai giocatori della squadra di casa di raggiungere lo stadio alla spicciolata, ciascuno con la propria auto, in modo da evitare lo spostamento con il pullman sociale, che comunque dovrà essere sanificato ogni tre per due). Niente giornalisti negli spogliatoi, niente bambini che accompagnano i giocatori in campo. Niente proteste ravvicinate con gli arbitri (i giocatori mantenere una distanza di almeno1,5 metri). Niente abbracci ed esultanze esagerate in caso di goal. Niente assembramenti neppure sulle panchine, che saranno ampliate per garantire la distanza. E al limite gli occupanti potranno prendere posto sulle tribune, tanto lo spazio non mancherà. Nessuna stretta di mano tra i giocatori prima della partita, nessuna cerimonia. Si entra e si gioca. Punto.

Un calcio monco, insomma. Che deve ripartire (a differenza dei campionati di tante altre discipline) perché il calcio non è solo sport e passione ma anche una montagna di soldi. E allora, come si dice in questi casi, piuttosto che niente è meglio piuttosto.


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