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brasile 1950

 

La vittoria, in Brasile, dell'Uruguay

La disperazione di un popolo: 34 suicidi, 56 morti d'infarto, 3 giorni di lutto nazionale

Luigi Benedetto

Dopo una pausa di 12 anni dovuta alla seconda Guerra Mondiale, il 24 giugno 1950 iniziava la quarta edizione dei campionati mondiali di calcio. In un paese, il Brasile, che non aveva conosciuto da vicino gli orrori della guerra.

Un paese lontano, e proprio la distanza, in qualche modo, era stata la causa della non brillantissima prestazione dell'Italia: nel suo girone aveva rimediato una sconfitta contro la Svezia e una vittoria contro il Paraguay. La quarta squadra del gruppo, l'India, si era rifiutata di partecipare perché i suoi giocatori erano abituati a giocare scalzi, e nel mondiale avrebbero invece dovuto calzare le scarpette da calcio. E siccome secondo la federazione indiana i giocatori con le scarpe proprio non erano capaci a giocare, aveva preferito non presentarsi.

Le cause del fallimento? Essenzialmente due. Da un lato il fatto che gli azzurri più forti, quelli del Torino, erano tragicamente scomparsi un anno prima, nello schianto a Superga. Dall'altro la suggestione suscitata proprio da quell'incidente, che aveva indotto la nazionale a raggiungere il Brasile via nave. Una traversata di tre settimana nel corso della quale i giocatori si erano allenati poco. Anche perché i palloni in dotazione erano ben presto finiti in fondo al mare.

La formula del mondiale era stata piuttosto strana: la squadre partecipanti erano state divise in quattro gironi. La quattro squadre vincitrici erano state inserite in un ulteriore girone: la vittoria sarebbe andata alla squadra con più punti. Quindi senza la classica finale, come avvenuto in tutte le edizioni dei mondiali.

Le quattro formazioni destinate a giocarsi la vittoria erano i favoritissimi padroni di casa del Brasile, e poi l'Uruguay, la Svezia e la Spagna. Nei primi due incontri, disputati il 9 luglio, il Brasile aveva fatto a pezzi la Svezia per 7 a 1, e l'Uruguay aveva pareggiato a stento con la Spagna, per 2 a 2. Il 13 luglio, nella seconda giornata, il Brasile aveva passeggiato sulla Spagna per 6 a 1, e l'Uruguay aveva sconfitto di misura la Svezia, per 3 a 2.

Tre giorni dopo, il 16 luglio, la terza e ultima giornata. Con la partita Svezia – Spagna, inutile per la vittoria finale (avevano comunque vinto gli scandinavi per 3 a 1), e con Brasile – Uruguay, che doveva essere poco più di una formalità. Non a caso nella mattinata di quel giorno era andato in scena un carnevale fuori ordinanza per celebrare la vittoria, ed erano state vendute più di 500mila magliette con la scritta “Brasil campeao 1950”. La federazione brasiliana aveva già consegnato ad ogni componente della squadra un orologio d'oro con la dedica “Ai campioni del mondo” e uno dei giocatori, Zizinho, aveva firmato più di 2mila autografi da campione del mondo. Facile, quindi, immaginare la gioia incontenibile dei quasi 200mila spettatori (199.854 per la precisione) del Maracanà quando, al 47° minuto, Friaca aveva portato il Brasile in vantaggio.

friaca gol

 

E poco era cambiato quando Schiaffino, al 66°, aveva pareggiato i conti, perché anche col pareggio il Brasile avrebbe comunque vinto il titolo. Ma il pallone è rotondo, e a volte non guarda in faccia nessuno. E al minuto 79, Ghiggia aveva portato in vantaggio l'Uruguay, centrando con la pallonata un bambolotto che il portiere Barbosa teneva come portafortuna dietro la rete, dono della sua amata. Il risultato non era più cambiato. E al fischio finale decine di spettatori erano stati colpiti da infarto.

uruguay 1950

 

Alcuni erano morti sugli spalti e due si erano suicidati gettandosi dalla sommità dello stadio. A salutare i campioni del mondo, quindi, non l'inno nazionale uruguaiano, che comunque la banda non aveva provato ritenendolo inutile, ma le sirene delle ambulanze. La guardia d'onore, che doveva accompagnare i vincitori al podio, non si era schierata perché i militari erano troppo impegnati a piangere. E anche le autorità brasiliane avevano battuto in ritirata, lasciando al solo Jules Rimet, papà della competizione, il compito di dare in fretta e furia la coppa al capitano uruguaiano. Il giorno successivo si era svolto il primo dei tre giorni di lutto nazionale proclamati dal governo, e si era definito il conteggio dei morti: 34 tifosi suicidi, e 56 morti di infarto. Ghiggia, sorpreso dai brasiliani per strada, era stato malmenato, ed era tornato a casa in stampelle. E il portiere Barbosa, dopo aver perso partita e portafortuna, aveva messo fine anche alla sua storia d'amore.


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