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Tarcisio Burgnich

 

Difensore roccioso, si è spento a 82 anni

 Nel 1970 aveva segnato nell'indimenticabile Italia - Germania 4 a 3

Luigi Benedetto

Paolo Rossi da Prato, campione del mondo nel 1982, in Spagna. Mauro Bellugi da Buonconvento, che nel 1978, nel mondiale argentino, si è fermato ai piedi del podio. Ieri Tarcisio Burgnich da Ruda, 82 anni, vice campione del mondo nel 1970, in Messico (nonché campione europeo nel 1968). Un altro azzurro portato via da una malattia, un altro giocatore che ha tenuto milioni di italiani incollati davanti ad uno schermo. Che con la maglia della nazionale ha fatto sognare generazioni di tifosi, uniti senza distinzione di squadre di appartenenza come sempre succede quando a scendere in campo è l’Italia. 

L’esordio in serie A con l’Udinese, nel 1959; l’approdo alla Juventus nel 1960; la consacrazione a Palermo nel 1961; la carriera con la maglia nerazzurra dell’Inter tra il 1962 e il 1974, e le ultime tre stagioni a Napoli. Poi una lunga attività di allenatore, sempre lontano dai palchi più importanti e senza portare a casa quelle vittorie che da giocatore non gli erano mai mancate (5 campionati, una coppa Italia, due coppe dei Campioni, una Coppa Intercontinentale e anche una coppa di Lega Italo - inglese). 

Ma se una carriera si potesse riassumere in un unico gesto, quel gesto lo vedrebbe con la maglia azzurra della nazionale.

Nel 1970, in Messico. Nella notte che dal 17 porta al 18 giugno. L’Italia sfida la Germania in semifinale: chi vince deve affrontare il Brasile per il titolo di campione del mondo. Gli azzurri segnano all’ottavo del primo tempo, con Roberto “Bonimba” Boninsegna. Il risultato per tutta la partita con cambia più. Al 90° gli azzurri sono ancora avanti. Al termine del primo minuto di recupero gli azzurri sono ancora avanti. Al minuto 91 e 41 secondi, proprio mentre l’arbitro Arturo Yamasaki si prepara a fischiare la fine delle ostilità, un tedesco, Schnellinger, pareggia. E in un attimo il sogno della finale si allontana. E quattro minuti dopo, quando Gerd Muller porta la Germania in vantaggio, sembra sfumare definitivamente. Passano altri quattro minuti. Rivera batte una punizione parecchi metri fuori area. La palla descrive una parabola lenta, morbida. Tutt’altro che pericolosa. Anche perché, ad aspettarla nell’area tedesca, c’è Franz “Kaiser” Beckenbauer. Che gioca con un braccio fasciato attorno al corpo perché in una fase di gioco si è slogato una spalla, ma vuole comunque essere della partita. Tocca la palla che ricade a pochi passi da lui. Proprio dove si trova Burgnich. Un difensore che la metà campo avversaria la visita raramente. Ma in quel preciso momento è lì. Accanto a Beckenbauer. Vede il pallone proprio davanti ai suoi piedi. Quasi non ci crede. La controlla come riesce e poi spara. E segna. Due pari. La finale torna ad essere a portata di mano. E al termine di quell’incontro interminabile, ribattezzato “la partite del secolo” la finale arriva. Ma questa è un’altra storia. 


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