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Furono distrutte 18 proprietà

I danni ammontarono a un milione di lire

Sono 18 le proprietà distrutte da un incendio che si sviluppa nella notte del 4 luglio 1930. L’allarme viene dato attorno alle 23 dal segretario politico del Fascio, Luigi Donati, che avverte i pompieri di Torino di un incendio sfuggito ad ogni controllo che sta minacciando di distruggere il cuore del paese. Dal capoluogo partono due distaccamenti e un’autopompa, agli ordini degli ingegneri Viterbi e Angelini che in venti minuti, attraversando Leini, da dove si vedono i bagliori dell’incendio attraverso un denso fumo biancastro, giungono sul posto. L’incendio aveva avuto inizio verso le 20.30 in un granaio: residenti e pompieri escludono subito il dolo. Il rogo sembra essere scoppiato per cause naturali: granai e fienili erano stipati di fieno e grano non perfettamente essiccato a causa delle piogge cadute nei giorni precedenti. “I contadini - riportano le cronache dell’epoca - pensano che lo sviluppo del sinistro sia dovuto ad un particolare apparentemente di scarsa importanza. Forse, essi dicono, fra il fieno riposto è stato abbandonato un qualche arnese di ferro. La fermentazione del prodotto avrebbe quindi reso incandescente il metallo che, a sua volta, avrebbe dato esca all’incendio». Le fiamme dal primo fienile si propagano a quelli circostanti, e in un baleno raggiungono stabili, tettoie e case coloniche “in un vasto cerchio ardente. Il fuoco ha potuto comunicarsi con tanta rapidità a causa della conformazione e della disposizione delle 18 proprietà che sono andate distrutte. Si tratta infatti di case coloniche di modeste proporzioni, costruite parecchie centinaia d’anni or sono, e collegate le uno e le altre da archi, da tettoie, da sottopassaggi mentre di rado, fra le une e le altre, si elevano muro di notevole rilievo”. A dare il primo allarme sono dei soldati: in quei giorni, nelle scuole comunali e in qualche edificio adiacente, si trova il 4° squadrone del Nizza Cavalleria, agli ordini del tenente colonnello Barlò. Il trombettiere del posto di guardia, visti i primi bagliori e intuito il pericolo, dà fiato alla tromba e il comandante Anguissola, con i suoi uomini, si precipita a prestare i primi soccorsi. A loro si uniscono gli “uomini validi della popolazione che, svegliati dagli squilli di tromba, si erano gettati per le strade semi vestiti, in preda a viva agitazione”. Accorrono anche la autorità del paese: il podestà, dottor Ferrero, il segretario politico del Fascio Donati, il maresciallo del Carabinieri Resta che, con il comandante Anguissola, organizza le operazioni. Una prima catena di volontari, coi secchi e le poche pompe a disposizione, gettano acqua sulle fiamme, mentre altre squadre corrono di casa in casa per aiutare i residenti a mettersi in salvo, e per portare al sicuro anche il bestiame. I lavori proseguono tutta la notte, e all’alba le fiamme non sono ancora completamente domate. Non ci sono vittime, ma la conta dei danni è drammatica: le prime stime parlano di almeno un milione di lire. Nel 1930...


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