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 Quando la città fu colpita dal Cholera morbus

Fra superstizioni e prime disposizioni sanitarie, come si sconfisse il morbo

Davide Aimonetto

Se escludiamo la pandemia del 1919-20, comunemente conosciuta con il termine “La Spagnola”, che in un biennio, questa particolare influenza a livello mondiale, arrivò  a mietere, fra le 50 e 100 milioni di vittime, numeri certi ancora oggi non ci sono, la popolazione torinese ed in generale gran parte degli abitanti penisola italiana, non si confronta con rigide regole sanitarie, per limitare la diffusione di una epidemia, in questo caso il Covid-19, da circa 180 anni.

E del resto la più recente “Spagnola” non ha lasciato vere tracce di memoria nelle generazioni successive, essendo ormai trascorsi 100 anni dalla sua misteriosa comparsa, come improvvisa fine del contagio. Torino ed il Piemonte nel 1835 conobbero però le nefaste conseguenze del colera.

Colera del 1836

Allora definito come molte altre malattie endemiche “Cholera morbus”. Una malattia spesso mortale, causata dal batterio “Vibrio colera” che, in chi veniva colpito, causava vomito, diarrea, crampi muscolari, fino al collasso cardiocircolatorio.

Potrà sembrare strano, ma già nel primo ottocento, il  mondo risultava in qualche modo essere già “globalizzato”, soprattutto nella conoscenza e nella diffusione di queste pandemie che, nel 50% dei casi portava alla morte dei contagiati.

Mezza Europa, già a partire dal 1830, temeva la diffusione del colera, la cui origine risiedeva in India, già allora provata da terribili condizioni igienico-sanitarie e carestie endemiche. Se oggi abbiamo conosciuto il termine e gli esiti del “distanziamento sociale”, nell’ottocento, per impedire la diffusione del morbo si istituivano cordoni sanitari marittimi e terrestri, di norma gestiti dagli eserciti dei rispettivi paesi.

E facilmente intuibile che, con i mezzi dell’epoca, questi cordoni potessero essere violati senza difficoltà. Anche il piccolo Regno di Sardegna, già nel 1830 ne aveva istituito uno, fra il nizzardo ed il cuneese. Poi un po’ per il costo di gestione, un po’ perché pur sapendo della diffusione del colera, certo studiosi dell’epoca avevano garantito che questo morbo non avrebbe potuto attecchire nell’”Italico giardino”, I cordoni sanitari furono sospesi.

Frontespizio del volume Cholera Morbus Istruzioni sanitarie 1

Intanto il morbo avanzava, ed arrivato al porto di Marsiglia, con equipaggi infetti provenienti dal sud est asiatico, iniziò a contagiare le popolazioni dell’entroterra. Famosa è la descrizione dei danni arrecati al sistema sociale ed economico delle città e villaggi colpiti dal colera, grazie alla penna dello scrittore canavesano Jean Jono che, nel suo libro “L’ussaro sul tetto”, racconta magistralmente in quale abisso di terrore e paura sprofondano molti abitanti ormai contagiati.

Ma le Alpi non sono una barriera insormontabile. In breve tempo il morbo raggiunge anche i villaggi e le città sabaude.

A Torino, il 23 agosto del 1835 si registra il primo caso di contagio, avvenuto nella zona detta del “Moschino” una delle più povere e malsane della città subalpina. Attualmente collocabile in zona Santa Giulia. Il Comune, la Chiesa, Re Carlo Alberto, attivano ogni risorsa e struttura per contenere il contagio.

Ma c’è ancora chi attinge a piene mani dai metodi dei secoli passi: profumare l’aria, portare con sé amuleti di ogni tipo e genere, la devozione e le preghiere si estendono a tutti i livelli della popolazione.

E poi il contagio viene dato quasi per scontato. Quell’anno sui cieli di Torino era transitata una cometa (la cometa di Halley) e secondo le leggende popolari, le comete erano sempre annunciatrici e di danni e tragedie.

Intanto Carlo Alberto co­stituisce una commissione sanitaria, guidata dal vicario Michele di Cavour, padre di Camillo, da amministratori comunali e medici. Il Vicario ordina di attivare la pulizia della città e in particolare «all'interno delle case, anditi e cortili» delle zone più popolari e povere, Borgo Dora, Borgo Po, Moschino; prescrive una stretta sorveglianza «nella somministrazione di cibi e bevande, con ispezioni alle botteghe dei pizzicagnoli, osti, acetai e lattivendoli»; ordina «che si allontanino dalla città i depositi di spazzatura, che si vigili sui postriboli nei quali esercitano le meretrici, che si trasferisca il mercato» di piazza delle Erbe di fronte al Palazzo di Città: nasce così il grande mercato di Porta Palazzo, il più esteso d’Europa.

I medici distribuiscono farmaci per contenere le conseguenze in chi è stato contagiato. Ma i torinesi li respingono. Pensano siano avvelenati. Il monarca proibisce in tutto il regno la vendita e la diffusione di opuscoli che raccontano in maniera non scientifica le cause e le diffusioni del morbo, insomma le fake news dell’epoca.

Il corpo decurionale, cioè l’amministrazione comunale di Torino, fa voto alla chiesa della Consolata di restaurare la cappella sotterranea e di erigere una colonna con la statua della Madonna antistante ad essa, in caso di fine dell’epidemia.

Oggi data la multi religiosità della nostra città una cosa impensabile, ma sabato prossimo, si terrà una ostensione televisiva straordinaria della Santa Sindone. Il Cottolengo apre i suoi locali per curare i contagiati. Per controllare e gestire la diffusione della malattia la città si divide in rioni sanitari, dove possono prestare la loro opera nei confronti dei contagiati: medici, infermieri, portantini, facchini, lavandai. L’assistenza si porta a casa.

Ma si preparano anche gli ospedali. Si applicano cure che oggi farebbero sorridere: si consiglia il vino, assunto però con misura, ma non l’acquavite. Moderare i piaceri della tavola, ma soprattutto lasciare la frutta marcia o tendente alla corruzione. Ci si raccomanda di non passeggiare vicino ai fiumi, o di altre acque umide. E si consiglia per tutti quelli cagionevoli di salute, al tramonto del sole, ritirarsi nella propria casa. Potrà sembrare strano, ma rispetto ad altre realtà colpite dal colera, Torino ebbe poi “solo” 349 casi di contagio e 220 decessi.

Borgo del Moschin a Torino

Numeri contenuti se confrontati con la vicina Genova, che arrivò a registrare 5974 casi di colera di cui 3219 mortali. Da quel momento si avviò un lungo dibattito a livello amministrativo, medico e scientifico, per limitare ulteriormente in futuro le conseguenze di questo e di altri contagi: si iniziò a comprendere il valore della profilassi sanitaria, l’igiene urbano, l’importanza di un sistema fognario moderno.

Ma soprattutto l’importanza della comunicazione che non doveva scivolare nella facile isteria che poteva e può portare a tensioni sociali non sempre gestibili. Un insegnamento valido ancora oggi. Del Cholera morbus, è rimasta la statua alta 15 metri dedicata a Maria Vergine, ed un dipinto in Sala Rossa del municipio di Torino, che ricorda la consegna dell’ex voto. Anni lontani. Oggi drammaticamente vicini.

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