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 Quando crollò il muro del settore Z

Indimenticabile quella finale di Coppa dei Campioni macchiata di sangue

Mariaelena Spezzano

«Si era anche pensato di non scendere in campo», commenta Antonio Cabrini, allenatore di calcio ed ex difensore, poi continua «ci fu un confronto tra di noi giocatori, c’erano anche i nostri dirigenti che erano in continuo contatto con i responsabili Uefa, alla fine ci venne detto che bisognava giocare, ma le ore e i minuti precedenti furono un caos totale».

Un fulmine a ciel sereno che non aspettò il fischio di inizio partita e che fece passare alla storia quel 29 maggio 1985 come la Strage dell’Heysel.

I tifosi della Juventus e del Liverpool erano pronti per assistere alla finale di Coppa dei Campioni tra le due squadre allo stadio Heysel di Bruxelles, ma quella che si prospettava essere una normale finale di Coppa si trasformò subito in una tragedia, con l’invasione della tribuna dove era presente la tifoseria italiana e la distruzione delle reti divisorie da parte degli holligans del Liverpool.

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Oggi la memoria di quella carneficina che ha segnato l’esperienza dei 59 mila spettatori, dei 600 feriti e che ha tolto la vita a 39 tifosi, di cui 32 erano italiani, compie 35 anni:

«trentacinque anni dopo è ancora più importante ricordare perché con il passare del tempo il rischio che Heysel venga dimenticato è reale» ricorda Andrea Lorentini, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime e figlio di una di esse. È un ricordo che vive grazie a chi c’era, fisicamente e non, e ha nel cuore quei momenti, mosso da un sentimento umanitario, perché si è trattato di un avvenimento in cui il calcio ha costituito solo il contesto e perché «l’Heysel è una tragedia italiana ed europea», afferma Lorentini, «quindi dovrebbe andare oltre le divisione del tifo». Poi sostiene a nome suo e dei familiari delle vittime: «Non abbiamo sete di vendetta», al contrario vuole trasmettere il messaggio del senso positivo che deve avere il mondo sport alle generazioni future.

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«Noi tiriamo dritti per la nostra strada della memoria» dichiara il presidente dell’Associazione. D’altra parte, come può dimenticare lui stesso la brutalità con cui suo padre, il tifoso Roberto Lorentini, gli è stato strappato via, travolto dalle violente tifoserie inglesi mentre soccorreva i feriti, e come possono finire nel dimenticatoio le immagini del crollo del muro del Settore Z, causato dal peso eccessivo dei tifosi italiani che lo hanno raggiunto per proteggersi.

«non solo noi, andammo in tanti in curva, eravamo in mezzo a loro», raccontano Cabrini e Tardelli, «c’era gente disperata, c’era chi cercava un amico o un parente, in quei momenti succedeva di tutto e somatizzavi tutto anche se non sapevamo esattamente cosa fosse successo, si sapeva che c’erano stati scontri pesanti».

Il 29 maggio 1985 la finale di Coppia Campioni tra Juventus e Liverpool fu giocata, pur non essendo emotivamente sentita, ma è stato deciso così, per impedire che la situazione peggiorasse ulteriormente e per motivi di ordine pubblico, in merito alla cui gestione furono criticatei belgi, anche accusati per aver gestito superficialmente l’evento, data l’assenza all’interno dello stadio di un’unità di rianimazione che consentisse di prestare adeguati soccorsi ai feriti.

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«Abbiamo cercato di entrare in campo con la consapevolezza di dover fare una vera partita di calcio, ma sapevamo che era la serata che poteva e doveva incoronare la squadra regina d’Europa», confessa Antonio Cabrini.

«State calmi, non rispondete alle provocazioni», furono le parole del capitano della squadra piemontese, Gaetano Scirea. Poi l’invito a farsi coraggio: «Giochiamo per voi».

Quel giorno il rigore di Michel Platini fece vincere alla Juventus la 30esima edizione della Coppa dei Campioni.   


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