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85 le vittime, più di 200 i feriti

Dopo quarant'anni non si conoscono ancora i mandanti 

Luigi Benedetto

È un sabato di inizio agosto. La stazione di Bologna è il crocevia dei treni che portato uomini e donne in vacanza ai quattro angoli del Paese e che portano gli stranieri nelle varie località italiane. Alle 10.25 del 2 agosto 1980 scoppia una bomba contenuta in una valigia abbandonata nella sala d'aspetto di seconda classe: è composta da cinque chili di tritolo e T4, e 18 chili di gelatinato. Lo scoppio fa crollare un'ala della stazione, investe il treno Ancona - Basilea, distrugge il parcheggio dei taxi e uccide 85 persone, ferendone altre 200. L'impatto è così devastante che di una giovane mamma, Maria Fresu, in attesa del treno per le vacanze con la figlia di 3 anni, non si trova più nulla. Viene completamente disintegrata dall'esplosione: di lei si identificano solo pochi resti sotto un treno, mesi dopo.

Come sempre succede in questo Paese, la responsabilità dell'accaduto viene imputata allo scoppio di una caldaia. È una teoria che viene smontata in fretta. Ma il tempo, prezioso, che si perde dietro a quell'ipotesi così assurda, smentita quasi in diretta da coloro che in quella stazione lavorano, permette ai responsabili di far perdere le proprie tracce.

La bomba alla stazione di Bologna mette in mostra quanto di bello, ma anche quanto di brutto, c'è nel nostro Paese. Mette in mostra la solidarietà: i taxisti che fanno la spola tra i vari ospedali, accompagnando gratuitamente famigliari alla ricerca dei propri cari; gli autisti degli autobus, specialmente della linea 37, che caricano sui loro mezzi i feriti per portarli in ospedale, o i cadaveri per raggiungere l'obitorio; i medici e gli infermieri già in ferie che rientrano per poter aiutare chi ne ha bisogno; i reparti degli ospedali già chiusi che riaprono; i bolognesi che aiutano e che si aiutano senza pensare a chi hanno davanti; un Paese intero che si stringe attorno ad una città pesantemente ferita.

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Ma c'è anche il brutto. Ci sono i depistaggi. Ci sono le indagini che sembrano non arrivare da nessuna parte, se e quando partono. Ci sono apparati dello Stato, i servizi segreti, che fanno di tutto per distogliere l'attenzione dalla pista neofascista e accreditarne altre, quelle straniere, che si riveleranno senza capo né coda ma che porteranno via tempo ed energie, faranno passare anni prima di essere smontate, e cercheranno di far cadere anche questa strage, così come molte altre che hanno colpito il nostro Paese, nell'oblio.

Il piano, però, non funziona. Tutte le verità non sono ancora emerse, ma qualche stralcio di quanto successo sì. Valerio Fioravanti e Francesca Mambro vengono riconosciuti come coloro che hanno messo fisicamente la bomba, e condannati rispettivamente a 8 ergastoli e 134 anni di carcere, e a 9 ergastoli e 84 anni. Dal 2009 il primo e dal 2013 la seconda sono liberi, essendo la loro pena considerata definitivamente estinta. Entrambi appartenevano ai Nar, i Nuclei Armati Rivoluzionari: un gruppo terroristico di estrema destra molto attivo negli anni di piombo. E dai Nar provengono anche Luigi Ciavardini, condannato per lo stesso reato nel 2007 (a trent'anni) e Gilberto Cavallini, che nel 2020 ha aggiunto un ergastolo agli otto cui era già stato condannato.

Alle loro condanne si uniscono quelle a Licio Gelli e ai funzionari dei servizi segreti per le opere di depistaggio messe in atto nel corso degli anni.

Alcune domande restano ancora senza risposta: chi sono stati i mandanti? E perché? Perché qualcuno ha deliberatamente scelto di uccidere 85 innocenti? Le ipotesi non mancano, le certezze sì. Una ritorsione del terrorismo di destra (due giorni prima era stato condannato il terrorista nero Mario Tuti); un'azione voluta da ambienti dell'estrema destra per avviare un nuovo tentativo di colpo di stato; un'opera di distrazione di massa per mettere in secondo piano quando era successo nel cieli di Ustica solo pochi mesi prima... La verità in questo caso è ancora lontana.

E poi ci sono le ferite. Quelle che proseguono negli anni. Quelle inferte da Giorgio Guazzaloca, sindaco di Bologna tra il 1999 e il 2004 che, raccogliendo l'invito di un esponente di Alleanza Nazionale, per i cinque anni del suo mandato aveva omesso di citare la matrice fascista, seppure riconosciuta con sentenza definitiva nel 1995, dalle commemorazioni ufficiali. O come quella attuata ne 2010, in occasione del trentennale della strage, quando nessun rappresentante del Governo Berlusconi aveva partecipato alla commemorazione, lasciando al prefetto il compito di rappresentare lo Stato.

Perché quelle parole, “strage fascista”, ancora oggi fanno storcere il naso a qualcuno.


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