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 La visionaria che ha rivoluzionato la scuola

Maria Montessori, la sua lezione: «divertirsi imparando da sè»

Mariaelena Spezzano

La vita di Maria Montessori inizia 150 anni fa, il 31 agosto 1870, in piazza Giuseppe Mazzini, 10 a Chiaravalle, in provincia di Ancona e brilla di un carattere anticonformista, ribelle e polemico che comincia a manifestarsi nella sua scelta inflessibile di non voler diventare una maestra. Decide di non frequentare il liceo classico con cui avrebbe potuto accedere alla scuola magistrale. In maniera del tutto obsoleta si iscrive infatti all’istituto tecnico, perché inizialmente voleva «diventare ingegnere», commenta la storica, Tania Zanotti. Quello di Montessori «si pone come un momento di coraggio», continua Zanotti, «e si tratta di un’esperienza molto dura in un ambiente maschile dove i compagni non l’accettavano».

In seguito ad alcune difficoltà legate a questioni di genere, riuscie ad ottenere la laurea in Medicina e Chirurgia, e, a differenza delle sue colleghe che intraprendevano lo studio della ginecologia e della pediatria, sceglie di specializzarsi in Psichiatria.

maria montessori

Paradossalmente, è l’uccisione dell’imperatrice Elisabetta d’Austria- Sissi-, avvenuta per mano dell’anarchico italiano cresciuto in un orfanotrofio, Luigi Licheni, che dà origine ad un’intuizione in Maria Montessori, contribuendo alla crescita della sua figura.

«Il criminale, come il folle - spiegava Montessori - si comporta in un modo distruttivo per via dei suoi sentimenti e dei suoi pensieri. Dato che le sue percezioni non saranno modificate dalla pena, bisogna trovare un’altra formula per la giustizia sociale», che secondo Montessori era l’educazione, unita all’osservazione, che come sostengono gli storici, «diventerà l’elemento fondamentale nell’elaborazione del metodo», infatti «la maestra montessoriana è un’attenta osservatrice che in silenzio ascolta e guarda i bambini che sperimentano e apprendono in autonomia in un ambiente che è predisposto».

A tal proposito, la pedagogista scoprì, appunto, «attraverso un’osservazione quasi da scienziato», come sottolinea la storica, Valeria Paola Badini, che «il bambino ha una potenzialità innata che va tutelata» e che «l’adulto, il maestro, il genitore devono solo aiutarlo a fare da sé e mettere il bambino nelle condizioni ambientali perché possa da solo sviluppare la propria personalità». Perciò, sosteneva che «i bambini con ritardi mentali», qualificati come tali perché poveri o orfani, quindi rinchiusi negli asili e negli ospizi, «non sono fuorilegge; hanno diritto a tutti i benefici dell’educazione», in quanto il loro comportamento violento era causato dalla mancanza di attenzioni.

scuola montessori

Il suo coraggio, la sua passione ed il suo entusiasmo avevano affascinato il dottore e collega, Giuseppe Montesano, da cui Montessori ebbe un figlio, Mario Montessori, che ricorda i metodi intuitivi e geniali della madre:

«Andava a visitare il manicomio. C’erano bambini deficienti o che erano messi insieme ai pazzi. Assistette una volta al pranzo di questi bambini, i quali dopo che ebbero finito di mangiare si precipitarono sotto il tavolo per raccogliere le molliche di pane che non mangiavano ma cominciavano a manipolarle. Ebbe come un’intuizione che nelle intenzioni di questi bambini c’era il desiderio di esprimere qualcosa».

Nel 1907 fondò la scuola asilo, La Casa dei bambini, una struttura costruita a misura di bambino, dove veniva insegnato loro come vivere in comunità e come darsi le regole, e nel 1909 viene pubblicato in tutto il mondo il volume “Il metodo della pedagogia scientifica applicato all’educazione infantile nelle case dei bambini”.

maria montessori casa dei bambini

«'Aiutami a fare da solo' era il suo motto», commenta Anna, una giovane maestra ventiquattrenne, esponendo la sua esperienza:

«Utilizzava materiali autocorrettivi e molto pratici. Per esempio aveva fatto dei prototipi con i lacci delle scarpe, affinchè i bambini imparassero a fare diversi tipi di nodi. Tra i giochi che aveva progettato, si ricorda il gioco degli incastri, durante cui lei accompagnava l’apprendimento dell’allievo, che si muoveva in autonomia e si capiva di aver risolto il gioco quando tutti gli incastri corrispondevano». Per quanto riguarda il suo metodo «attualmente è utilizzato anche nei bambini con difficoltà, per cui è stato studiato inizialmente, perché funziona, è inclusivo ed utile», continua Anna, e «contribuisce a sviluppare la logica e ad imparare ad agire nella quotidianità».

Poi conclude: «Rende tutti i bambini autonomi e indipendenti, creando in un certo senso dei piccoli adulti».


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