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 Fondamentale il contributo de l'Ordine Nuovo

Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Umberto Terracini, Amedeo Bordiga ed Angelo Tasca fra i promotori

Davide Aimonetto

Cento anni fa, fra il 15 ed il 21 gennaio del 1921, a Livorno, presso il teatro Carlo Goldoni,  si svolsero i lavori del XVII Congresso del Partito Socialista Italiano, che passerà alla storia come l’ultimo unitario della sinistra del nostro Paese. Ma la data conclusiva, quella del 21 gennaio, costituì anche il momento fondativo del Partito Comunista d’Italia.

Formato da un gruppo di dirigenti e militanti che si riconoscevano nelle tesi sostenute da Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Amedeo Bordiga, che implicavano il distacco dalla casa madre socialista, per seguire l’esempio di quanto era stato fatto recentemente in Russia con il Bolscevichi guidati da Lenin: una rivoluzione proletaria che aveva abbattuto la dinastia zarista e la traballante democrazia liberale che tentava disperatamente di porre un freno alle ambizioni politiche dei Bolscevichi.

La parola d’ordine che riecheggiava in quei giorni sotto le volte del teatro livornese, fra molti delegati socialisti e non solo loro, era “fare come in Russia”. Cioè collettivizzare le fabbriche, le campagne, affidare la terra ai contadini, gli stabilimenti industriali direttamente alla gestione operaia, abolire la proprietà privata, ed ogni altro genere di privilegio sociale, economico, ecclesiastico. Una utopia per molti che, però, si era trasformata in una concreta realtà in uno dei paesi più poveri e sconvolti dalla prima guerra mondiale: la Russia.

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Ma l’ala riformista del Psi, che vantava una lunga tradizione politica nel paese, a partire dalla fine del 1800, e che aveva come leader prestigiosi figure come Filippo Turati, non aveva alcuna intenzione di cedere le redini della guida del partito alle forze massimaliste-rivoluzionarie.

Perché in realtà Gramsci, Togliatti ed altri, a questo puntavano: mettere in minoranza i riformisti, l’idea di una scissione con relativa fondazione di un nuovo partito, che avrebbe indebolito il quadro della sinistra italiana, avverrà solo in un secondo momento.

Questa profonda spaccatura tra riformisti e massimalisti, lasciava poco spazio al confronto ed al dialogo tra le due parti. A sua volta, si inseriva nel più generale contesto europeo, che vedeva un durissimo scontro all’interno del movimento operaio internazionale. La linea era netta: l’Internazionale comunista, aveva chiesto ai partiti aderenti, di espellere le rispettive componenti riformiste.

Quando i delegati guidati da Gramsci, si resero conto che la maggioranza del Psi, non era disponibile ad accogliere la richiesta del Comintern tesa ad espellere proprio quei delegati che si riconoscevano nella linea riformista, il passo successivo fu inevitabile: la scissione, con la nascita di una nuova formazione politica, denominata Partito Comunista d’Italia.

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Fu Amedeo Bordiga ad invitare i delegati che si riconoscevano nelle posizioni massimaliste, ad abbandonare letteralmente i lavori congressuali, per spostarsi in un altro teatro, il San Marco, per dare vita al primo congresso del nascente partito comunista, una nuova forza politica che avrebbe diviso per quasi un secolo la sinistra italiana. Ma che avrebbe anche rappresentato un fondamentale punto di riferimento per tutti coloro che volevano eliminare le ingiustizie sociali presenti nel nostro Paese

Ci fu anche chi si prese la briga di contare i passi che separavano i due teatri livornesi, loro malgrado passati alla storia: 2124. Pochi.

Ma basteranno per tracciare un solco profondo e duraturo nella sinistra italiana. I delegati, su invito di Bordiga, abbandonarono appunto i locali, sotto una pioggia battente, scortati dalle Guardie Reali e dai Carabinieri, che già intuivano la forza propulsiva e rivoluzionaria di questa nuova formazione, all’interno della tumultuosa società italiana del primo dopoguerra.

Un corteo aperto dalle strofe de l’Internazionale, mentre i congressisti che decisero di continuare i lavori all’interno del Goldoni, rispondevano con l’Inno dei Lavoratori, composto dal socialista Turati.

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Eppure proprio il riformista Filippo Turati, aveva salutato con entusiasmo la nascita della rivoluzione d’ottobre in Russia e l’esperienza unica dei Soviet, che si declinava attraverso il potere al popolo, ma quando tra gli slogan a favore della Repubblica dei Soviet, urlati tra i delegati, e gli applausi ai rappresentanti di Lenin, incaricati di portare in Italia le posizione dei Soviet, Turati e con lui il gruppo dirigente socialista, comprese che non c’erano più gli spazi per una riconciliazione.

Le posizioni russe, che ormai erano diventate prevalenti in molti partiti comunisti europei, in particolare quelle sostenute dallo stesso Lenin, che prevedevano l’espulsione degli elementi riformisti che ancora si riconoscevano nella IV Internazionale, non lasciavano più margini concilianti.

Ma quando si aprirono i lavori congressuali a Livorno, il Psi con i suoi mille delegati, rappresentava un partito che contava oltre 200 mila iscritti, 4637 sezioni, 156 deputati, ed amministrava 2500 Comuni del Regno d’Italia e 25 provincie. Bastarono quattro giorni per sconvolgere, e per sempre il perimetro politico del mondo socialista, che con la nascita del Pc d’Italia, si spostava dichiaratamente su posizioni massimaliste e rivoluzionarie.

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Un ruolo centrale e determinante in quella scissione, lo ebbe il gruppo torinese che si riconosceva nel giornale l’Ordine Nuovo, periodico politico culturale fondato da Antonio Gramsci, Angelo Tasca, Umberto Terracini e Palmiro Togliatti. In pratica il nucleo dirigente del futuro Partito Comunista. Il primo segretario del nuovo partito comunista fu proprio Antonio Gramsci.

Gli anni successivi furono durissimi per tutta la sinistra italiana e in generale le forze che non si riconoscevano nel regime di Mussolini. Molti militanti comunisti furono arrestati. Lo stesso Gramsci trascorse il resto della sua vita in carcere. Togliatti dovette trovare rifugio in Russia. Il socialista Turati costretto a prendere la via dell’esilio.

Il fascismo trionfante non esitò a scagliarsi con particolare ferocia nei confronti di quegli uomini e quelle donne che credevano nel progetto di una società senza classi, senza sfruttatori e sfruttati.

Ma l’ideologia comunista continuerà a farsi strada nella società italiana, nonostante le divisioni, le persecuzioni politiche, sostenendo con i suoi uomini migliori, le fila della Resistenza al nazifascismo, e pagando questo impegno con un alto tributo di sangue. Alla fine della seconda guerra mondiale, saranno anche i comunisti a dare il loro fondamentale contributo alla nascita della Costituzione e della Repubblica.

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Oggi gli echi di quel canto che accompagnava i congressisti al teatro San Marco, ci appaiono confusi e lontani nel tempo. Lo stesso teatro che vide la nascita del Partito comunista non esiste più. E’ rimasto un muro sbrecciato con una targa. Molti di quegli uomini e donne che aderirono al Comunismo furono perseguitati negli anni successivi.

Tanti trovarono rifugio ed accoglienza nel Paese dei Soviet, scoprendo loro malgrado, che non era il “paradiso socialista” in terra. Durante le “purghe” staliniane degli anni Trenta, furono processati, accusati di “deviazionismo”, portati nei Gulag, dove si perse ogni traccia.

Una pagina buia della sinistra italiana, che meriterebbe essere riscoperta. Almeno come forma di rispetto verso chi credeva totalmente in quel progetto di società comunista, e si impegnò con ogni energia. Progetto che oggi ci pare lontano ed obsoleto. Ma che ha rappresentato un sogno per milioni di uomini e donne. E che non hanno esitato un attimo a sacrificarsi in nome del suo compimento.


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