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nonsolocontro2017

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Valerio Fioravanti

 Ferito e catturato nel febbraio 1981

È stato condannato a 8 ergastoli e 134 anni di carcere: in semilibertà dal 1999

Luigi Benedetto

In queste ore, nel 1981, finisce la carriera criminale di Valerio “Giusva” Fioravanti (già bambino prodigio del cinema e della televisione), uno degli uomini di punta dei Nar, i Nuclei Armati Rivoluzionari. Il terrorismo nero, i fascisti. Quelli condannati per la bomba alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. 

Finisce in modo tanto drammatico quanto rocambolesco. 

Succede che il grosso di quel gruppo, non troppo numeroso, si sente braccato, e decide di cambiare aria: un’ultima rapina di autofinanziamento, e poi l’espatrio collettivo in Svizzera. Gilberto Cavallini, uno dei Nar, affida la armi (che non sono molte) per il colpo ad un suo uomo di fiducia a Padova. Ma dove non possono le indagini, i servizi, le forze dell’ordine, possono le mogli. La moglie del suo uomo di fiducia non vuole armi in casa: quando le scopre si arrabbia di brutto, e obbliga il coniuge, più con le cattive che con le buone, a provvedere. Il poveretto, preso alla sprovvista e non sapendo cosa fare, non trova di meglio che buttarle in un canale. Poi avvisa Cavallini, che avvisa Fioravanti, che corre a Padova per recuperarle, prima che vadano perse o, peggio ancora, trovate.

Fioravanti si porta appresso la sua compagna di vita Francesca Mambro, e chiama il fratello Cristiano, in quel momento a Milano, che a sua volta corre a Padova con una muta da sub. È notte, ed essendo febbraio fa pure freddo. Cristiano Fioravanti mette la muta e si immerge: il fratello, la Mambro e “l’uomo di fiducia” stanno nei pressi, mentre Cavallini presidia l’altro lato del canale con un’altra persona.

Ma dove non possono le indagini, i servizi e le forze dell’ordine può la sfortuna. Proprio davanti al tratto in cui si svolge l’immersione vive un vigilante. Uno abituato a notare le cose strane. E vedere un tizio con la muta immergersi in un canale di notte, in inverno, mentre altri lo guardano, non è proprio cosa di tutti i giorni. Chiama i carabinieri. Sul posto arriva una gazzella: a bordo ci sono il carabiniere Luigi Maronese e l’appuntato Enea Condotto. Ne nasce un violentissimo conflitto a fuoco che si conclude tragicamente con la morte dei militari e il ferimento di Fioravanti: un proiettile gli ha tranciato di netto l’arteria femorale. Viene caricato in macchina e lasciato in una casa sicura di Padova. Lascia agli altri il tempo di allontanarsi e poi in qualche modo chiama i soccorsi. Sarà curato, operato e salvato. Ma anche riconosciuto, arrestato e condannato a 8 ergastoli, 134 anni e 8 mesi di reclusione.

Dal 1999 gode del regime di semilibertà.    


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