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nonsolocontro2017

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 Camillo Benso Conte di Cavour

 E i travagliati rapporti con Garibaldi

Dalla spedizione dei Mille al violento intervento in Parlamento dell'eroe dei due mondi

Pierangelo Calvo

Storico

Pierangelo Calvo

Riprendiamo la narrazione con la seconda parte dell'articolo. E dopo i rapporti che Camillo Benso, conte di Cavour, intratteneva con il Re, oggi vi raccontiamo come si rapportò con Giuseppe Garibaldi, l'eroe dei due mondi, antagonista per eccellenza del grande statista per principi ed ideali.

Se con il Re i rapporti non erano idilliaci, con Garibaldi non andava certamente meglio: lo statista piemontese non lo amava, la distanza culturale tra i due era enorme, come era abissale la distanza della capacità di mediazione politica.

In più, Cavour, che faceva suoi certi indiscutibili principi particolari riguardanti l’esercito piemontese e la sua ultracentenaria storia, basata su obbedienza e rispetto per i superiori, odiava l’orda garibaldina costituita da un gruppo eterogeneo di persone, molte delle quali senza nessun passato militare, quindi prive di quell’esperienza necessaria per affrontare il nemico. Per non parlare del suo capo, Garibaldi, che vedeva come uno dei pochi, perchè molto fortunato, rivoluzionari idealisti, che dal 1821 nascevano qua e là in Europa, senza incontrare molta fortuna.

231px Giuseppe Garibaldi 1866 Giuseppe Garibaldi

I fatti smentirono in parte Cavour per quanto riguarda le truppe garibaldine sempre vittoriose ed anche lo stesso Garibaldi che diede prova di grande disciplina quando gli fu ordinato di fermare la sua avanzata verso il Veneto, all’indomani di Villafranca, e lui reagì con il famoso dispaccio "Obbedisco!”, dando prova di grande disciplina, la stessa che spesso e volentieri mancava nell’esercito piemontese:  vale la pena ricordare il generale Ramorino, che abbandonò  il posto a lui assegnato alla Cava presso il Ticino, durante la sconfitta di Novara del marzo 1849, giudicato dalla corte marziale di Torino colpevole di insubordinazione davanti al nemico, fu fucilato nel cortile della Cittadella senza che il successore di Carlo Alberto,quel ventinovenne, giovane Vittorio Emanuele, reduce dall’incontro di Vignale con Radetzky, avesse nulla da eccepire o come in futuro capiterà in seno agli alti comandi della Regia Marina Sarda impegnata a Lissa nel 1866, nell’ambito della III° guerra di indipendenza, quando in quella triste occasione i sottoposti dell’ammiraglio Persano, comandanti  Albini e Vacca, fecero finta di non sentire gli ordini di manovra della flotta impartiti dal loro comandante, decretando così la più umiliante sconfitta della marina militare italiana.

Come soldato Garibaldi era il migliore e Cavour lo rispettava solo per questo

Mazzini non era ne’ antipatico ne’ nemico nella sfera politica di Cavour, semplicemente perchè questi lo ignorava completamente. Il genovese era considerato più che altro un esaltato pasticcione, visti i risultati delle prime fallite prove di insurrezioni in Savoia, repubblicano che rincorreva la teoria superficiale di molti esuli, di attitudine poco pratica, di  sbalzi umorali che rafforzavano l’idea che il soggetto non fosse affidabile, colpevole di cospirazione, già condannato a morte dal tribunale di Genova nel 1857, inviso all’esercito perchè pretendeva che facesse la guerra per una futura repubblica e non per il suo Re, un miscuglio di contraddizioni tipiche dei pensatori, che a forza di pensar troppo, fondono le meningi rischiando un corto circuito. Non c’era feeling neppure a pagar soldoni!

Cavour era profondamente monarchico, nella stessa misura di quanto fosse istintivo nelle sue intuizioni, geniali o ciniche che fossero, ma sempre rivolte al bene ed alla conservazione della corona.

Se è vero che Garibaldi fu da lui usato in occasione dell’avventura di Quarto, lo fece con l’intimo desiderio che la spedizione fallisse in quanto non ci sono motivi validi per sostenere la tesi, secondo la quale, il piano fu ordito dal Re e dal suo ministro, all’insaputa del governo.

Crispi fu decisivo per convincere lo stesso Garibaldi ad approntare l’impresa con soldi britannici (fu aperta anche una sottoscrizione popolare alla quale molti aderirono in tutta Inghilterra), senza valutare appieno la reale situazione siciliana che si stava ribellando ai Borbone, ma con l’intento di affrancarsi politicamente dal continente e nulla aveva da spartire col governo di Torino.

Partenza da Quarto La partenza dei Mille da Quarto

Cavour lo sapeva, ma sapeva anche che non poteva scontrarsi con l’amica Inghilterra, la nazione che aveva accettato l’aiuto offerto dal Piemonte in Crimea a fianco della Francia contro la Russia, spedizione fortemente voluta da Cavour e criticata da Mazzini, per sperare di sedere a fianco delle potenze amiche e perorare la causa lombardo-veneta contro l’Austria, come poi avvenuto alla conferenza di Parigi dove lo statista ribadì la sua grandezza in politica e diplomazia, sapeva poi che la stessa Inghilterra si accollò tutte le spese logistiche per il mantenimento del corpo di spedizione in Oriente dell’esercito Sardo. Il Piemonte era in debito verso i sudditi della Regina Vittoria.

Bisogna anche mettere in conto forse la cosa più importante, anche se oggi appare bizzarro pensare una cosa di tal genere, ma dobbiamo ragionare come si era portati a fare all’epoca e quindi occorre dire senza falsa retorica che sia Cavour che Vittorio Emanuele II, forse arrivarono a visitare una volta nella vita Firenze, ma mai, prima dell’Unità d’Italia uno solo dei due si era avvicinato anche solo da lontano, sia a Roma che a Napoli, per non parlare di Palermo: i fautori dell’Unità d’Italia, i Padri della Patria, gli artefici del Risorgimento, non avevano mai oltrepassato il ricetto di Dante e quindi non conoscevano nulla di tutto quello che Garibaldi avrebbe poi consegnato a Teano nelle mani del Re: le cronache dicono che Vittorio Emanuele tese una gelida mano al dittatore di Napoli, lo Stato Maggiore al seguito manco quella, dopodichè si separarono ed ognuno mangiò per conto suo, e….Cavour? Non si mosse da Torino.

teano L'incontro tra il Re e Garibaldi a Teano

Ma l’incontro con Garibaldi è solo rimandato e sarà drammatico

Infatti dopo che il 17 marzo Torino diviene capitale del Regno e Vittorio Emanuele II primo Re d’Italia, scoppia il caso dell’integrazione dei volontari garibaldini nel Regio Esercito Italiano, con gli stessi gradi di comando e con eguale trattamento economico: gli alti comandi sono contrari a ricevere questi soldati che non hanno avuto mai nessun addestramento, nessuna disciplina, se non verso il loro capo supremo, considerano lo stesso Garibaldi una sorta di avventuriero senza scrupoli, lontano dalla figura del soldato sabaudo, che realisticamente detta legge nel neo costituito esercito, e quindi non sopporta che una accozzaglia eterogenea ed indisciplinata venga a far parte di un esercito di professionisti, godendo degli stessi privilegi ,ma innanzitutto con i gradi militari che nessuno ha stabilito fossero tali. Insomma, un'umiliazione bella e buona per la vecchia ed aristocratica nobiltà subalpina che infoltisce la schiera dei comandanti l’esercito: Cavour gode quindi di questa carta da giocare sul piatto della partita che dovrà affrontare, se costretto, come primo Ministro, calmare  le ire dall’arrabbiatissimo Generale che vuole giustizia per le sue camicie rosse, ma non ha fatto i conti con lo stato d’animo con cui dovrà sostenere lo scontro, sempre se tale si dovrebbe presentare: e fu così.

Il 18 aprile 1861,Garibaldi si reca  a perorare la causa dei suoi compagni d’arme in Parlamento a Torino

La voce era giunta già da qualche giorno nella capitale sabauda e la gente accorre a vedere l’avvicinarsi a Palazzo Carignano di questo monumento vivente che giunge con il pittoresco poncho, con i capelli lunghi e sciolti - qualcuno affiancherà la sua figura a quella di un leone pronto a saltare in avanti -, occhi piccoli ma scintillanti, roteanti a cercar le persone, non parla ma saluta con la mano e stringe quelle fortunate che riescono a raggiungere la sua figura, e quando giunge al suo scranno, un lungo applauso gli viene offerto da tutti i deputati.

Prima di lasciare Caprera Garibaldi ebbe parole durissime nei confronti di Vittorio Emanuele, accusandolo di essere circondato da corrotti ed insensibili personaggi, sia nel governo che tra l’esercito, quindi giunto a Torino il Re, venuto a conoscenza di tali esternazioni, si rifiutò di incontrarlo, dicendo peraltro che se non fosse stato tale, lo avrebbe sfidato a duello per le parole offensive a lui rivolte.

Rattazzi, presidente della Camera, preoccupato dalla piega che stava prendendo la situazione, cercò di mediare, ma una volta alla Camera, quando lo stesso invita alla parola Garibaldi, inizia il dramma.

Garibaldi si alza fiero, malgrado i reumatismi,  visivamente il pubblico si accorge dalle spalle curve del dolore di cui soffre, ma nulla toglie alla sua figura, quel carisma che avvolge il personaggio, alto, magro, affaticato e forse anche emozionato e quindi poco sereno e lucido.

Tiene tra le mai molti fogli, inizia a parlare e si comprende subito che non è un oratore, si sbaglia, salta delle righe, si altera fino a farsi scappare alcuni fogli dalle mani, il resto delle carte con un gesto di stizza le butta per terra ed inizia a quasto punto ad inveire contro quello che sa il suo avversario più temibile: Cavour.

Accusa lo statista ed il governo di essere responsabili e consapevoli, di aver fomentato una guerra civile negli Stati annessi, di non aver nessuna riconoscenza verso chi ha combattuto e versato il sangue per la causa dell'Unità Nazionale. Alcuni deputati della sinistra cercano di calmarlo, alcuni gli suggeriscono le parole, altri raccattano i fogli del discorso che Garibaldi si era preparato e che poi aveva buttato: parla quindi a braccio e la scena se non fosse stata tragica sarebbe sicuramente ricordata come comica.

GaribaldiParlamento1861WP Garibaldi in Parlamento a Palazzo Carignano

L’eroe dei due mondi ha un grosso paio di occhiali che però a questo punto non servono più perchè non ha nulla da leggere, non sa più raccapezzarsi e sicuramente la rabbia è anche il frutto della sua imperizia che lui intimamente riconosce ed è la rissa: un deputato di sinistra cerca di mettere le mani su Cavour, la Camera si trasforma in una bolgia e Rattazzi è costretto a sospendere la seduta ,per poi riprenderla dopo breve e ridare la parola a Garibaldi che però viene sostituito da Nino Bixio, suo luogotenente, che cerca di stemperare i toni, ma il guerrigliero è nella dialettica peggiore del suo capo e quindi invece di stemperare i toni, accende gli animi ed i decibel aumentano di intensità.

Di sicuro una della pagine più brutte e volgari mai scritte nel Parlamento italiano, dove sicuramente Garibaldi non si rese conto della gravità delle cose dette. Nessuno impedì al personaggio di parlare ed evitare quindi una pessima figura, tanto che concluse lui stesso le discussioni, e tutti speravano che almeno quel gesto di dargli per ultimo la parola quel giorno, fosse un motivo di riappacificazione, ma l’eroe non capì o non ebbe il coraggio di cogliere l’occasione e terminò dettando le sue condizioni riguardante l’arruolamento dei garibaldini nell’esercito nazionale, in quanto a suo parere ancora molto utili contro il nemico austriaco e la Francia, di cui non ci si doveva fidare.

Amen. La frittata era completata

Cavour rimase in silenzio, sapeva benissimo che rispondere per le rime a tali attacchi era pericoloso sul piano sociale per quello che in quel momento Garibaldi rappresentava, amato e venerato da tutti, ma se quei tanti lo avessero visto all’opera in quella seduta forse la sua fama sarebbe crollata agli occhi del mondo intero.

In quel momento Cavour si sentì crollare il mondo addosso, per l’irriconoscenza e le gravissime accuse del generale, che probabilmente si era preparato ad attaccare il primo Ministro e levarsi qualche masso dagli stivali, ma lo fece perchè la sua figura era popolare nel mondo e sapeva che nemmeno un genio della politica come il suo conclamato bersaglio alla Camera, avrebbe potuto ribattere alle tante ingiurie e sperare di rimanere indenne nel dibattito successivo, su chi avesse ragione o torto: Garibaldi era famoso, mentre Cavour era certamente importante e la gente, si sa, preferisce sempre stare con le icone popolari, mai con gli statisti, salvo poi cercarli nel momento del bisogno.

Certamente, ma con molta goffaggine, fu preparata una trappola perfetta, per chi conosceva il carettere di Cavour, con il solo scopo di irritare a dismisura la sua pazienza e sperare quindi in un contrattacco verbale a Garibaldi, che per la sua incapacità al dialogo in ambito istituzionale, sarebbe stato visto come l’agnello sacrificale immolato agli interessi della corrotta Torino e del suo cinico regista politico Cavour.

Invece il conte non reagì tenendo tutte le devastanti emozioni che era costretto a subire in quegli attimi,nel suo animo, e certamente una vibrante protesta dell’eroe, non certo un attacco verbale sconclusionato ed offensivo, se lo aspettava, come ne era certo anche Sir James Hudson, che cercò di mettere in guardia il suo grande amico, preoccupato in modo particolare per i contraccolpi psicologici, che avrebbero pesato nella mente di Cavour, tanto che lo stesso, a seduta terminata, rivolgendosi all’amico conte Oldofredi, abbassando gli occhi,nascosti sotto i piccoli occhiali, disse «se le emozioni potessero uccidere un uomo, ebbene, sarei già morto senza nemmeno poter uscire da quest’aula».

E’ un fatto però che Cavour, vittima di un ictus, al tempo denominato dalla medicina “congestione cerebrale”, morì un mese e mezzo dopo ,nella sua casa in Torino,assistito dalle poche persone a lui più care, compreso il Re, che gli fece visita e che dopo una decina di minuti uscì dalla camera da letto del morente, visibilmente scosso e con le lacrime agli occhi.

La gente di Torino si riversò in strada, i locali di via Po chiusero i battenti in segno di rispetto, Palazzo Cavour era avvolto nel silenzio, nessuna carrozza passava davanti alla dimora per non disturbare l’agonia di questo grande personaggio politico che era apparso sulla scena diplomatica appena dopo la sconfitta di Novara del 1849 ,costata l’abdicazione e l’esilio in Portogallo di Carlo Alberto, trovando un esercito distrutto nel morale,una classe politica confusa ed umiliata, ma nello stesso tempo un giovane Vittorio Emanuele che sarebbe stato l’ideale compagno di viaggio nelle decisioni che avrebbero portato il Piemonte a sedere tra le grandi Nazioni, fino ad arrivare, dopo solo dieci anni, all’Unità d’Italia. Già, l’Unità. Ma quale unità avrebbe voluto Cavour? Quella che si era conclusa dopo la partenza dei Mille da Quarto, passando dall’assedio di Gaeta e trovarsi nel bel mezzo di una guerra civile ribattezzata brigantaggio, oppure una serie di azioni diplomatiche e militari sviluppatisi durante le guerre di indipendenza, cercando di liberare il nord Italia dal giogo austriaco e compattare sotto la bianca croce dei Savoia, la Lombardia ed il Veneto e quindi allargare il Regno di Sardegna con realtà certamente più dinamiche, moderne, sviluppate, cattoliche ma non succube di arcaiche superstizioni, retaggio di uno Stato Pontificio che rifuggeva la modernità e la scienza come nemiche della fede?

Ancora oggi il dibattito è aperto e viene alla mente la mano tesa da Cavour a Pio IX nelle giornate precedenti alla proclamazione del Regno d’Italia (messaggio non raccolto dal Papa, come dimostra l’allocuzione del Santo Padre del 19 marzo 1861 che rifiuta la mano tesa del primo Ministro italiano), per cercare, forse, di stabilire un assetto territoriale diverso da quello unitario, con aperture e discussioni rivolte a cercare una quadra dopo l’ubriacatura garibaldina di cui tante popolazioni si erano illuse fossero motivi di profondo cambiamento (si veda la promessa di Garibaldi di restituire la terra ai contadini meridionali, da sempre sfruttati da una economia feudale basata sul potere delle baronie locali,che invece risultò falsa), ma che in realtà si dimostrò quello che era veramente, ossia un avventato, ideologico moto rivoluzionario di un personaggio talmente famoso,che sull’onda dei favori dell’opinione pubblica, in particolare inglese, con relativi danari pervenuti da precisi ambienti sempre dalla terra della “perfida Albione”, si sentiva protetto al punto di tentare di raggiungere le terre papali e porre fine dello Stato della Chiesa, con buona pace del buon Pio IX che assisteva incredulo al marasma, che di lì a pochi anni, gli sarebbe entrato in casa ,da Porta Pia, il 20 settembre 1870.

213px Papa Pio IX Pius IX 1871 Il Papa PIo IX

Cavour morì alle 6,45 del mattino del 6 giugno 1861

Tutto il Piemonte lo pianse, il Re d’Italia perse il più grande riferimento politico dell’epoca, Garibaldi rimase indifferente, Rattazzi ne fu sollevato, mentre Napoleone III si commosse alla notizia.

Mi sono permesso di ricordare, con alcuni aneddoti, passaggi storici, fatti ed avvenimenti, un grande politico come Cavour, anche perchè un po’ a causa della pandemia, un po’ per la corta memoria istituzionale in questo Paese, molti rifuggono la conoscenza e lo studio della Storia Patria, forse pensando che le vecchie vicende del passato, obsolete e dimenticate non meritino più alcuna attenzione.

Ho cercato di instillare un dubbio che da sempre ho nell’animo, nelle menti delle persone che avranno la pazienza di leggere queste righe, ovvero fino a che punto e dove si sarebbe spinto Cavour nel tentativo di formare uno Stato Federale, moderno e dinamico, rappresentate sul territorio nazionale da sole due precise entità territoriali?

E’ di questi giorni la notizia di un ritrovamento di una pergamena del 1340, ove sono presenti evidenti e precisi riferimenti al continente americano, ben 152 anni prima della scoperta “ufficiale” di Cristoro Colombo nel 1492, chissà, visto che la storia non è una scienza perfetta come la matematica, dove i teoremi di Pitagora ed Euclide sono incontestabili, e si basa invece sulle scoperte che avvengono giorno,dopo giorno, si possa un dì trovare qualche documento, che possa sovvertire o consolidare, alcuni aspetti di quel grande ma tormentato periodo dell’Unità d’Italia.

La risposta ai posteri

Nel frattempo tutti auspichiamo che venga ritrovata quella famosa agenda rossa che il giudice Borsellino portava con sè il giorno della strage di via d’Amelio, il 19 luglio 1992: ci potremmo sicuramente consolare con questa scoperta che avrebbe del miracoloso, non certamente importante come un ipotetico diario privato di Cavour, ma servirebbe per capire qualcosa di più su alcuni personaggi politici italiani degli ultimi 30 anni.

Credits: www.wikipedia.org 

 

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