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ViaDAmelio strage

19 luglio 1992 alle 16,59 una Fiat 126 con 90 chili di esplosivo viene fatta esplodere 

 Per ricordare la strage in via D'Amelio

 Testimonianze e interventi n diretta streaming sulla pagina YouTube dell'Urp e su il canale Caselle a Casa tua

Simona Destino

In occasione del 29° anniversario della strage di Via D’Amelio, il Movimento Agende Rosse, in collaborazione con il Centro Studi Paolo e Rita Borsellino, AntimafiaDuemila ed Our Voice, hanno creato l’evento “Scorta per la memoria 2021”,  articolato in quattro giornate ricche di importanti iniziative.

Il 19 luglio alle 16 anche a Città di Caselle si collegherà direttamente con Palermo dalla Sala Consigliare, per seguire le testimonianze dei familiari delle vittime e per interventi in diretta streaming (sul canaleYoutube dell'Urp Caselle e su Caselle a Casa tua) con l’assessora alle Pari Opportunità, Angela Grimaldi, la presidente della commissione Pari Opportunità, Loredana Bagnato, il giornalista d'inchiesta, esperto di criminalità organizzata Paolo De Chiara, l'imprenditrice palermitana, Valeria Grasso e la studentessa di Giurisprudenza, attivista delle Agende Rosse, Silvia Camerino. Ospite e inviato speciale a Palermo Massimo Sole, fratello di Gianmatteo, torturato e poi bruciato a 23 anni dalla mafia.

«É chiaro purtroppo che le indagini sono sempre un passo indietro rispetto a questi mutamenti della struttura della mafia e questo è anche fisiologico: i fatti prima devono avvenire e poi sui fatti si investiga. L’importante è non restare molto o troppo indietro, altrimenti si rischia di indagare su strutture che sono completamente cambiate». Disse Paolo Borsellino a Lamberto Sposini, nell’intervista che si tenne il 20 giugno 1992, a distanza di quasi un mese dall’attentato che tolse la vita al giudice Giovanni Falcone.

Sono trascorsi 29 anni dalla morte di Paolo Borsellino e Giovanni Flacone, e le loro lotte e le loro parole suonano ancora così attuali: se le indagini non possono che giungere a seguito di un atto criminale, la memoria, la cultura e l’unione non possono che essere invece le armi di prevenzione che ognuno di noi dovrebbe sfoderare contro le organizzazioni mafiose.

composit strage via damelio 550x245 Nell'esplosione oltre Borsellino hanno perso la vita 5 agenti della scorta

Riporto di seguito alcuni estratti dell’ultima intervista che Paolo Borsellino rilasciò quel 20 giugno 1992, per non dimenticare il sentimento e l’immenso coraggio con cui quest’uomo è andato incontro la suo destino.

[…]«Una delle manifestazioni più eclatanti del controllo del territorio da parte delle organizzazioni mafiose è proprio questo, cioè il riuscire a gestire la diffusa, diffusissima sino ad oggi, speriamo che sia soltanto sino a ieri, omertà istintiva dei cittadini, quali ,anche se non mafiosi, sono permeati di questa regola subculturale della mafia che è costituita dall’omertà».

  • Da uomo antimafia, lei ritiene che sia più importante sviluppare la collaborazione dei pentiti o dare la caccia ai così detti grandi latitanti?

«Guardi io ritengo che sia proprio la stessa cosa perché la caccia ai grandi latitanti è una caccia soprattutto di intelligence, cioè di indagini che ci consentono di apprendere chi sono le persone che stanno accanto ai latitanti e chi sono coloro che ne proteggono la latitanza. Conseguentemente l’incoraggiare le forme di collaborazione e la caccia ai grandi latitanti per tanti aspetti fanno un tutt’uno».

  • Dopo la morte di Falcone com’è cambiata la vita di Borsellino?

« […]Ho temuto, nell’immediatezza della morte di Falcone, una drastica perdita di entusiasmo nel lavoro che faccio, fortunatamente se non dico di averlo ritrovato almeno ho ritrovato la rabbia per continuarlo a fare».

  • Posso chiederle se lei si senta un sopravvissuto?

«Guardi, io ricordo ciò che mi disse Ninni Cassarà allorché ci stavamo recando insieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montana alla fine del luglio del 1985, mi disse “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”. L’espressone di Ninni Cassarà io potrei anche ripeterla ora, ma vorrei poterla ripetere in un modo più ottimistico: ho sempre accettato più che il rischio, la condizione, quali sono le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e vorrei dire anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto a un certo punto della mia vita di farlo, e potrei dire che sapevo fin dall’inizio che potevo correre questi pericoli. La sensazione di essere un sopravvissuto e trovarmi come viene ritenuto in estremo pericolo è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me, e so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla certezza che tutto questo può costarci caro»

Per visualizzare l’intervista integrale: https://www.youtube.com/watch?v=6Qn8ZNcMejI


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