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san patrignano

 L'imperdibile docuserie su Netflix

Luci e tenebre della comunità terapeutica più grande d'Europa

Luigi Benedetto

È da pochi, pochissimi giorni su Netflix, eppure ha già suscitato discussioni, dibattiti, prese di posizione a non finire. Critiche e plausi. Con l’indubbio merito di aver riportato a galla un piccola parte della storia del nostro Paese.

SanPa: luci e tenebre a San Patrignano” è una docuserie in cinque puntate (ognuna dura un’oretta, minuto più, minuto meno), dedicata ciascuna ad una fase della storia della comunità di recupero per tossicodipendenti più grande d’Europa: Nascita, Crescita, Fama, Declino, Caduta. A realizzarla, con la regia di Cosima Spender, Carlo Gabardini (l’Olmo di Camera Caffè) con Gianluca Neri e Paolo Bernardelli. Che hanno lavorato per tre anni, visionando filmati, intervistando, cercando persone, mettendo assieme i pezzi di una storia lunga e, in alcune fasi, travagliata. 

Alcune premesse. La docuserie si intitola “Tra luci e tenebre” perché racconta sia le luci (innegabili), sia le tenebre (altrettanto innegabili) del periodo di San Patrignano dalla sua fondazione alla scomparsa del suo fondatore, Vincenzo Muccioli, nel 1995, coprendo grosso modo un arco di 25 anni. La comunità ha già espresso la sua contrarietà al progetto, giudicandolo di parte. Comprensibilmente: San Patrignano è una parte in causa del programma, e vede le cose da un punto di vista molto particolare. In realtà lo spettatore senza idee preconcette o posizioni da difendere, avrà tutti gli elementi per approfondire l’argomento e farsi una propria opinione. 

Inoltre è bene ricordare che la comunità è ancora attiva, florida più che mai. Continua ad operare, ma lontano dalle luci della ribalta come, invece, accaduto negli anni presi in esame.

A “difendere” la storia e le attività della comunità, la lunghe interviste ad Andrea Muccioli, figlio del fondatore; al giornalista Red Ronnie; ad Antonio Boschini, uno dei primi ragazzi della comunità, che grazie al percorso di recupero è andato all’Università, si è laureato e oggi è il responsabile terapeutico della struttura, e poi gli interventi dell’epoca di Paolo Villaggio, di Gianmarco e Letizia Moratti, delle tante mamme e dei tanti papà dei ragazzi che si sono salvati grazie alla comunità.

A criticarla, senza se e senza ma, due persone che qualche motivo per essere critici ce l’hanno eccome: Sebastiano Berla, fratello di quella Natalia che, dopo essere picchiata e incatenata, si era suicidata gettandosi da una finestra, e Giuseppe Maranzano, figlio di Roberto, uno degli ospiti che venne picchiato a morte, seviziato e poi gettato senza vita in un campo vicino a Napoli. Delitto per il quale, ad anni di distanza, venne condannato uno dei capi reparto della comunità con alcuni suoi sodali, e per favoreggiamento anche lo stesso Muccioli. E tanti ex ragazzi che ne raccontano i lati positivi e anche quelli negativi: come Walter Delogu (padre della conduttrice Andrea), per anni autista e guardia del corpo di Muccioli e poi (per certi versi involontariamente…) uno dei principali accusatori. O Fabio Cantelli, che della comunità in quegli anni era stato responsabile dei rapporti con la stampa, che conclude le sua intervista dicendo di essersi salvato grazie a Muccioli e San Patrignano ma anche nonostante Muccioli e San Patrignano. 

L’idea che se ne ricava è che, in un momento in cui l’eroina correva a fiumi lungo le strade delle città, e lo Stato non sapeva che pesci prendere, San Patrignano abbia rappresentato una speranza concreta di salvezza. Una speranza condita da tanta buona volontà ma anche da tanti metodi non troppo ortodossi (che hanno procurato denunce e processi). Una speranza che si è ingrandita fino a far perdere il controllo della situazione allo stesso Muccioli, abituato a seguire personalmente i ragazzi e poi costretto a delegare ad altri. Spesso a persone non all’altezza della situazione. 

SanPa dcufilm

E se è vero che è facile esprimere un giudizio guardando un programma, comodamente seduti in poltrona, e che molto più difficile è vivere una situazione, quella situazione, con decine, centinaia di ragazzi che attraversano un momento difficile, è altrettanto vero che certe affermazioni non sono accettabili, in nessun contesto.

«Sapevo dell’omicidio ma non ho detto nulla per non tradire la fiducia di chi me l’aveva detto», non è cosa accettabile. Come non è accettabile sentirsi raccontare che una donna, per evitare una violenza sessuale, deve semplicemente muoversi. 

Come ha ribadito il saggio Cantelli quasi sui titoli di coda, forse per San Patrignano sarebbe stato sufficiente ammettere che sì, c’erano stati degli errori, che non tutto aveva funzionato, invece di asserragliarsi dietro una sorta di sindrome da accerchiamento. Forse, in quale caso, tutta la storia sarebbe stata profondamente diversa. Forse.


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