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little steven

 Le tre stagioni disponibili su Netflix

Protagonista della serie Little Steven, il chitarrista di Springsteen

Luigi Benedetto

Il protagonista assoluto della serie è un volto noto, notissimo. Che ha recitato in qualche film (diretto da Martin Scorsese, mica l’ultimo arrivato) e anche in tv (nei “Soprano”, per esempio), ma sulla carta d’identità alla voce professione ha la dicitura: Musicista. Si chiama Steven Van Zandt ma tutti lo conoscono come “Little Steven”, storico chitarrista di Bruce Springsteen (che fa una comparsata nell’ultima puntata della terza serie, nel ruolo di un impresario di pompe funebri e killer: dal produttore al consumatore) nella “E Street Band”. 

La location non è una qualche caotica città degli Stati Uniti, ma la più tranquilla Lillehammer, in Norvegia, famosa per aver ospitato le olimpiadi invernali del 1994. Tranquilla fino a quando Little Steven, nei panni di Frank Tagliano, mafioso newyorkese pentito che entra nel programma di protezione dell’Fbi, non la sceglie come nuova residenza (essendosene invaghito seguendo i giochi olimpici in tv).

Con la nuova identità di Giovanni Henriksen esporta in Norvegia i metodi usati in America: ricattando, corrompendo, minacciando, ricorrendo alle maniere forti e mettendo insieme una propria banda. Nelle tre stagioni della serie la gente muore, in ogni modo: congelata, a fucilate, a colpi di pistola, uccisa con i ferri da calza, investita, saltando in aria in una baita, con un razzo segnaletico sparato nel cranio, schiacciata dai tronchi.

Ci sarebbero tutti gli ingredienti per una storia alla “Padrino”. Invece no. Invece diverte. Diverte il personaggio di Little Steven (con una capigliatura improponibile e con le due espressioni - accigliato e molto accigliato - che mantiene per il 95 per cento delle scene), diverte la corte dei miracoli di cui si circonda (i suoi uomini finiscono in un guaio dietro l’altro e sono costretti a ricorrere al boss per venirne fuori). Divertono i ricatti, divertono le minacce. Sono divertenti anche i momenti più drammatici. Il modo con cui, un passo alla volta, si impadronisce dei segreti dei vari abitanti per usarli a proprio favore. Lilyhammer non è il tentativo di spacciare la mafia per una cosa buona, no. È il tentativo, riuscito, di prenderla in giro, mettendola a confronto con i problemi (dalla droga all’integrazione) che la Norvegia vive davvero.

Ventiquattro puntate (otto per stagione) che filano via leggere, disponibili su Netflix. Imperdibili. Del resto, dove altro si può vedere un cuoco di colore, chiamato Balotelli, che canta Caruso di Lucio Dalla

 


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