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nonsolocontro2017

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break the silence

 Da un anno continua a dar voce alle violenze

Tante testimonianze sui social, incontri online e… e poi leggete!

Federica Carla Crovella

L’avevamo già presentato qui Quattro ragazze torinesi rompono il silenzio - NonSoloContro - ​Ora anche online , ma vi rinfreschiamo la memoria…

A rompere il silenzio è il progetto nato a Torino, ad opera di quattro ragazze. Sono Mariachiara Cataldo, Francesca Valentina Penotti, Giulia Ghinigò e Francesca Sapey e sui social hanno creato uno spazio per dar voce alle violenze.

Dopo quasi un anno dalla nostra prima chiacchierata tornano a raccontarsi. Possiamo anticiparvi che di cose ne hanno fatte parecchie… ma lasciamo la parola a Mariachiara.

Ci racconti gli sviluppi di questi mesi?

«Il progetto è riuscito a espandersi e siamo in totale 16 referenti in giro per l’Italia. Sono rimaste scoperte davvero poche regioni. Man mano che crescevamo abbiamo attivato la possibilità di candidarsi per entrare a far parte di Break the Silence, poi facciamo una videochiamata conoscitiva per confrontarci con le persone che si propongono. È possibile candidarsi sia come referenti per le regioni sia come esperte o esperti per intervenire su un tema. Fin da subito abbiamo cercato di portare un contributo scientifico con il nostro progetto e così continuiamo a fare, lasciando la parola a chi è competente in materia. Poi ci sono anche chiacchierate più informali, ma l’obiettivo è guardare al problema con cognizione di causa. È cresciuto molto anche il numero di esperti ed esperte: per questo stiamo pensando di creare un database con i riferimenti di chi collabora al progetto, perché abbiamo capito che è importante non far finire nel dimenticatoio alcun contributo, nemmeno quelli più datati, quindi permettere anche una fruizione più rapida».

Periodicamente continuate a organizzare eventi online, nell’attesa di tornare in presenza?

«Certo. Quando le persone si rivolgono a noi di solito ci chiedono aiuto quando già hanno subito violenza; noi mettiamo in contatto con gli/le esperti/e, non ci sostituiamo mai a loro. Però abbiamo sempre detto meglio prevenire che curare e per farlo organizziamo tanti eventi online, coinvolgendo per esempio scuole o gruppi dell’oratorio. Stiamo entrando anche nel contesto aziendale».

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Come impostate gli incontri?

«Con le scuole abbiamo già interagito con… non mi piace usare il termine lezioni, perché vorremmo evitare approccio frontale. Partiamo da un questionario di qualche minuto, che precede una tavola ritonda e un’attività. L’obiettivo è creare dialogo e scambio di idee e lasciare spazio anche a chi magari la pensa diversamente o non capisce perché alcuni atteggiamenti si possono già considerare violenza, senza arrivare al femminicidio. Per ora abbiamo cominciato nei licei, dove è più facile trattare certe tematiche. Con i più piccoli ci siamo promesse di farlo, ma sarebbe più semplice in presenza, organizzando magari anche dei giochi, col supporto di psicologi. Con una scuola di Bardonecchia abbiamo chiesto a ciascuno di scrivere cosa significassero per loro le pari opportunità e alla fine hanno scritto il loro Manifesto. Abbiamo chiesto un feedback sul nostro intervento e ci hanno detto che è stato utile perché li coinvolge dicendo la verità, senza nascondere dei dettagli o edulcorare la pillola su che cosa sia la violenza. Per ora abbiamo parlato di cose che i ragazzi subiscono di più, ad esempio la violenza verbale: l’obiettivo è far capire che questa è già una forma di violenza».

Con le aziende invece?

«Ci rivolgeremo a quelle aziende che hanno a cuore queste tematiche e vogliono affrontarle per raggiungere un maggior benessere. Il primo incontro sarà con BNP Paribas: faremo un evento online con i loro 18mila dipendenti, probabilmente aperto anche agli esterni. Nella scelta non c’è un target preciso, va bene qualsiasi azienda, grande o piccola che sia. Parleremo soprattutto di diritti sul lavoro, come la parità di salario e il problema del congedo di maternità. Da una parte l’obiettivo è affrontare temi vicini al contesto aziendale e dall’altra parlare anche del sessismo linguistico e dei comportamenti sessisti, che spesso sono presenti in azienda. Ad esempio, c’è la tendenza a non chiamare le donne “dottoressa”, ma per nome. Se si parla con una donna si tende a sessualizzare tutto subito, a ricondurre tutto al fisico senza motivo».

Ho visto un’altra bella novità: il vostro libro!  Senza fare troppi spoiler, qualche anticipazione? Io intanto annuncio che si può già preordinare!

«Certo!  È diviso in capitoli e dentro ciascuno ci sono circa 15 testimonianze. Sono un centinaio… non avremmo potuto raccogliere tutte quelle che abbiamo nel nostro database, sono troppe. Ad ogni capitolo è associato un luogo in cui possono accedere violenze o molestie: lavoro, scuola, il web e così via. L’idea è far capire che, purtroppo, nessun luogo è sicuro… per quanto sia brutto è così. Ciascun capitolo è introdotto dall’intervento di uno specialista, ovviamente sia uomini che donne e anche da un’illustrazione di Tommaso Sgrizzi. È molto bello che sia un uomo a contribuire in questo modo al progetto. Il libro è edito da Golem Edizioni, sarà presentato a Portici di Carta e, se si farà, anche al Salone del Libro. Incrociamo le dita».

«C’è anche l’idea di diventare un’associazione, adesso siamo un gruppo informale… ma vedremo».

Chissà… magari ospiteremo Break The Silence per una terza puntata?


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